Giovedì, 29 Luglio 2021
Cronaca

Le nuove leve del clan e la paura di Reccia. “E’ successo il guaio, ora me ne devo fuggire”

Il dialogo tra Remigio e Marco Testa registrato dopo la scoperta del Kalashnikov in una cantina

"Hanno scavato tutto là, è successo il guaio”. E’ la conferma, ottenuta in diretta mentre erano intercettati, che gli investigatori attendevano dopo aver scoperto il luogo dove era stato nascosto il Kalashnikov del nuovo gruppo dei Casalesi che Oreste Reccia aveva ricreato subito dopo la scarcerazione.

“Sono scesi giù nella cantinola” si sente al telefono. "E chi lo vuole sentire mó a questo". Sono le parole registrate tra Remigio Testa ed il figlio Marco il giorno dopo la perquisizione avvenuta l'8 maggio scorso dagli uomini della Squadra Mobile di Caserta nell'appartamento di via Conte Verde a Villa di Briano, preso in locazione da Remigio Testa dal settembre 2020 dove era rinvenuto il deposito del novello cartello criminale con a capo Oreste Reccia e Vincenzo Ucciero.

La conversazione captata dai poliziotti, avvenne all'interno dell'autolavaggio di via Verdi a San Marcellino, di proprietà di Luigi Annibale dove padre e figlio si sono sentiti alle strette temendo oltre che il proprio arresto, l'ira di Oreste Reccia. "Adesso me ne devo fuggire" continuava a ripetere al figlio Marco e da qui l'idea della menzogna ben orchestrata da somministrare ai poliziotti e a Reccia. "Tu caso mai dici che non ci stavi" suggerisce Luigi Annibale a Remigio Testa che concorda col complice asserendo: “Io dico che ci manco da due mesi là, in questa casa, che ne so che gliele ha messe qualcuno".

Un timore ben motivato quello di Remigio Testa, autista di Oreste Reccia, a cui era affidata la custodia ed il trasporto delle armi della neo organizzazione criminale insieme al figlio Marco. Armi acquistate da Luigi Annibale perché Oreste Reccia ne avesse la disponibilità. È stato proprio grazie al monitoraggio dei due congiunti che gli uomini della squadra mobile casertana hanno individuato il luogo ove le stesse erano occultate. Erano nascoste nella cantinola di pertinenza dell'abitazione in uso a Remigio Testa in un borsone di colore nero celato dietro una tapparella adagiata ad una parete. All'interno del borsone avvolto da un asciugamano e rinchiuso in sacchetti di plastica sigillati con nastro adesivo c'era un fucile d'assalto 7,62x39 kalashnikov in perfetto uso dotato di 2 caricatori e 250 munizioni relative allo stesso fucile, una pistola S&W cal. 38 Special, una pistola cal. 40 S&W.

Dalle intercettazioni è emerso però il timore continuo della scoperte e della riferibilità dello stesso Oreste Reccia che si lamentava spesso della disinvoltura con la quale Luigi Annibale si comportava "se va in giro con quella cosa addosso", "non capisce che se ci fermano arrestano me perché dicono che è la mia (riferendosi ad una pistola)".

Di qui la scelta che anche un altro soggetto estraneo al clan custodisse presso la propria abitazione a San Cipriano d'Aversa altre armi a cui quasi quotidianamente veniva intimato di non far cambiare idea loro sul suo conto. La disponibilità delle armi, secondo la ricostruzione della Dda di Napoli, non era fine a se stessa ma strumentale alla commissione dei reati estorsivi ai danni di numerosi imprenditori dell'Agro Aversano e del giuglianese oltre che essere la cartina tornasole del potere egemone della nuova organizzazione. Le armi commissionate potevano avere un valore minimo che si aggirava tra i 1000 e 2000 euro fino a circa 400 mila euro a seconda dell'armamentario. Le armi da fuoco venivano fotografate al suolo come una vetrina espositiva ed inviate mediante whatsapp ad Oreste Reccia per la visura e l'avvallo nella vendita o acquisto. Per capirne la funzionalità venivano 'provate' come nella notte del 31 dicembre 2020 dove Luigi Annibale imbracció due fucili esplodendo colpi in direzione delle abitazioni poco prima dello scoccare della mezzanotte filmando la prova con tanto di bossoli raccolti sul pavimento, il tutto inviato al capo Reccia.

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