Martedì, 15 Giugno 2021
Cronaca

Caporalato, lavoratori picchiati per stare piegati nei campi

Il retroscena dell'inchiesta che ha portato a 4 misure cautelari: "Pagati 25 euro per 7 ore di lavoro"

Li costringevano a restare piegati tutto il giorno nel raccogliere i prodotti agricoli senza la possibilità di tornare in posizione eretta, salva la pausa pranzo, e se c'erano lamentele gli sfruttati venivano talvolta ingiuriati, insultati e malmenati perché il lavoro proseguisse senza intoppi. Veniva imposta loro l'attività lavorativa in condizioni meteorologiche estreme, come nel caso del 29 ottobre 2018 giornata caratterizzata da fenomeni temporaleschi di forte intensità e da venti molto forti. Non solo venivano esposti alle intemperie, ma anche agli agenti chimici derivanti da fitoestratti o elementi chimici utilizzati nella coltivazione in serra. Qui le prestazioni eseguite avvenivano ad una temperatura maggiore di quella atmosferica e, secondo la normativa, tali lavori vengono classificati come nocivi, disagiati e pericolosi. Le prestazioni eseguite sotto serra avvenivano per orari eccedenti rispetto a quelli fissati dal contratto collettivo di lavoro per i gli operai agricoli o florovivaisti della provincia di Caserta per il triennio 2016-2019 per i quali è prevista la riduzione dell'orario giornaliero a 4 ore.

Sono questi alcuni tratti dello spaccato inquietante su cui i finanzieri della Compagnia di Mondragone ed i carabinieri del reparto territoriale mondragonese hanno fatto luce e che ha portato alle 4 misure cautelari personali e reali emesse dal Gip Rosaria Dello Stritto del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti di Gennaro Bianchino, Pasquale e Vincenzo Miraglia, Francesco Pagliaro nonché al sequestro dell'intero complesso aziendale delle ditte individuali dei fratelli Miraglia ed al sequestro diretto dei capitali nelle disponibilità della Società Sviluppo Agricolo Bianchino e per equivalente dei beni intestati a Bianchino pari all'importo del profitto di reato del valore di circa 2 milioni di euro. Tutti ritenuti partecipi di un'associazione a delinquere dedita allo sfruttamento del lavoro e all'intermediazione illecita di manodopera (cosiddetto caporalato) a beneficio di aziende agricole site nell'entroterra mondragonese, nell'agro aversano e sul litorale Domizio-Flegreo.

Secondo la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, tutti assuntori o utilizzatori di manodopera reclutata dai caporali ed anche da alcuni di loro costituita prevalentemente da lavoratori extracomunitari e stranieri, perlopiù donne a tempo determinato, destinati alla raccolta di ortaggi e frutta. Venivano impiegati sistematicamente alle prime luci dell'alba dopo esser stati raccattati in punti strategici della Domiziana, di strade di raccordo tra Comuni e piazze e portati sui campi senza stipulare alcun contratto con la reiterata corresponsione di retribuzioni pattuite in 25 euro giornalieri per il mattino (per 7 ore di impiego) e 15 euro per il lavoro pomeridiano (per 4 ore). Venivano impiegati stabilmente anche lavoratori migranti per lavori extra-provinciali a cui veniva attribuito loro il costo del trasporto. Il trasporto avveniva mediante dei furgoni, perlopiù Ducati, in cui veniva superato il numero consentito presente in abitacolo variabile tra 12/15 persone.

I disperati dei campi venivano sottoposti a metodi di sorveglianza e controllo effettuato dai datori di lavoro e per il tramite dei caporali, nonché di Francesco Pagliaro e Vincenzo Miraglia in ordine alla quantità di prodotti raccolti dalle squadre di operai impiegati non inferiore alle 30 cassette a persona. Era esclusa loro la possibilità di comunicazioni telefoniche né erano previsti locali per i bisogni fisiologici né era disponibile acqua per dissetarsi o essere adoperata per i bisogni fisiologici. L'unica regola imposta era quella del portare a termine il lavoro assegnato loro ad ogni costo.

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