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Cronaca

Guardaspalle degli Schiavone ucciso: abbreviato per Zagaria, Iovine e 'Petillo'

L'omicidio di Della Gatta collegato al delitto di Carlo Amato. Per la Dda il 23enne fu il capro espiatorio per allontanare le voci dai figli di Sandokan

Sarà rito abbreviato per i boss dei Casalesi Michele Zagaria ed Antonio Iovine, quest'ultimo collaboratore di giustizia, e per Vincenzo Schiavone, alias Petillo, accusati dell'omicidio di Michele Della Gatta, 23enne di Casal di Principe e 'guardaspalle' dei figli del capoclan Francesco Schiavone 'Sandokan', ucciso nel 1999. 

Nel corso dell'udienza - celebrata dinanzi al gup del tribunale di Napoli - i difensori dei tre hanno formalizzato la richiesta di rito alternativo. Si torna in aula a metà febbraio per la requisitoria del pubblico ministero della Dda. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Paolo Di Furia, Emilio Martino, Lombardo e Giuseppe Tessitore. 

L'omicidio di Della Gatta avvenne in seguito ad un altro omicidio, quello di Carlo Amato, figlio del boss (oggi collaboratore) Salvatore, avvenuto nel marzo del 1999 in una discoteca durante il Mak P di un liceo di Santa Maria Capua Vetere. Alla festa, con Amato, ci sarebbe stato anche Walter Schiavone (non indagato). Un nome che circolò di bocca in bocca tra gli esponenti del gruppo Amato nei giorni successivi al delitto. 

Fu così che tra i gotha dei Casalesi nacque la convinzione che Della Gatta, che doveva salvaguardare l'incolumità dei figli del capoclan Sandokan, avesse avuto un ruolo nell'omicidio di Amato. E se gli investigatori fossero risaliti a lui - sul quale già pendeva un ordine di arresto - si temeva che parlasse, svelando agli inquirenti anche altri nomi: quelli dei figli di Sandokan. Zagaria e Iovine non si fidavano. Per questo venne decretata la sua condanna a morte. 

Della Gatta, per la Dda, era il capro espiatorio perfetto per dare "soddisfazione" agli Amato che gridavano vendetta ed allontanare quelle voci dai figli di Sandokan. L'omicidio avvenne nel mese di giugno a Castel Volturno. Ad occuparsene, secondo la ricostruzione, fu Vincenzo Schiavone Petillo insieme a Vincenzo Schiavone, detto Copertone, poi deceduto.

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