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Giovanni Capone

Giovanni Capone

La camorra dei manifesti elettorali, processo bis per 9

Fissato l'Appello per Capone e soci. Il consigliere regionale Bosco e Lucrezia Cicia tra le parti civili

Si torna in aula per il processo sul business delle affissioni elettorali a Caserta targato dal clan Belforte. La terza sezione della Corte d'Appello di Napoli ha fissato per metà settembre l'udienza a carico di 9 persone, già condannate con il rito abbreviato.

Dovranno presentarsi davanti ai giudici Giovanni Capone, considerato il referente dei Mazzacane sul Capoluogo, condannato in primo grado a 9 anni e 4 mesi; Antimo Italiano, condannato in primo grado a 5 anni; Vincenzo Rea, condannato in primo grado a 8 anni; Antonio Merola, condannato in primo grado a 7 anni e 4 mesi; Mario De Luca, condannato in primo grado a  7 anni e 6 mesi; Modestino Santoro, condannato in primo grado a  6 anni; Clemente Vergone e Ferruccio Coppola, condannati in primo grado a 3 anni a testa; Virginia Scalino, condannata in primo grado a 1 anno. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Nello Sgambato, Franco Liguori, Michele Di Fraia, Alfonso Iovino, Danilo Donato ed Alessandro Diana. Si sono costituiti parte civile il consigliere regionale Luigi Bosco, con l'avvocato Francesco Parente, l'ex consigliera comunale di Caserta Lucrezia Cicia, con l'avvocato Mauro Iodice, l'associazione Caponnetto, con l'avvocato Gerardo Tommasone.

Secondo l'accusa Giovanni Capone, all’epoca detenuto, utilizzando dei “pizzini” aveva dato precise disposizioni al fratello Agostino (a processo con l'ordinario) affinché si occupasse dell’affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta per le regionali del 2015. Quest’ultimo, avvalendosi della collaborazione materiale di Vincenzo Rea, Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo (a processo con l'ordinario), avrebbe imposto ai candidati di fare riferimento alla società di servizi “Clean Service”, intestata alla moglie di Agostino Capone, Maria Grazia Semonella (a processo con l'ordinario).

L'imposizione avveniva sia con intimidazioni esplicite, come captato nel corso delle intercettazioni, sia attraverso minacce rivolte ai singoli soggetti sorpresi ad affiggere i manifesti a tarda notte, sia coprendo i manifesti affissi senza ricorrere alla loro società, facendo poi arrivare il messaggio che tale inconveniente non si sarebbe verificato se si fossero rivolti alla loro ditta. Nel corso delle indagini sono state captate anche conversazioni che hanno permesso di ricostruire un giro di sostanze stupefacenti nel Capoluogo. 

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