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Giovanni Capone

Giovanni Capone

La camorra dei manifesti elettorali, 9 condanne in Appello

La corte partenopea ha riformato la sentenza di primo grado per 8 imputati. Continuazione per il ras dei Belforte Giovanni Capone

Sentenza riformata per 8 ed una sola conferma. Questa la sentenza pronunciata dalla Corte d'Appello di Napoli nei confronti di 9 imputati coinvolti a vario titolo nell'inchiesta sul racket dei manifesti elettorali, aggravato dal metodo mafioso, in occasione delle elezioni regionali del 2015.

La corte partenopea ha confermato la condanna a 5 anni pronunciata in primo grado per Antimo Italiano. Concessa la continuazione con altre sentenze, per una pena complessiva a 16 anni e 6 mesi, per Giovanni Capone, ritenuto il referente dei Belforte nel Capoluogo. Pene più miti rispetto al primo grado di giudizio per Vincenzo Rea (7 anni), Antonio Merola (6 anni e 4 mesi), Modestino Santoro (4 anni e 4 mesi), Ferruccio Coppola (2 anni), Clemente Vergone (2 anni e 6 mesi), Mario De Luca (4 anni e 6 mesi), Virginia Scalino (10 mesi con l'attenuante dell'ipotesi più lieve dello spaccio di droga). Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Nello Sgambato, Franco Liguori, Michele Di Fraia, Alfonso Iovino, Danilo Donato ed Alessandro Diana. Si sono costituiti parte civile il consigliere regionale Luigi Bosco, con l'avvocato Francesco Parente, l'ex consigliera comunale di Caserta Lucrezia Cicia, con l'avvocato Mauro Iodice, l'associazione Caponnetto, con l'avvocato Gerardo Tommasone.

Secondo l'accusa Giovanni Capone, all’epoca detenuto, utilizzando dei "pizzini" aveva dato precise disposizioni al fratello Agostino (a processo con l'ordinario) affinché si occupasse dell’affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta per le regionali del 2015. Quest’ultimo, avvalendosi della collaborazione materiale di Vincenzo Rea, Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo (quest'ultimo a processo con l'ordinario), avrebbe imposto ai candidati di fare riferimento alla società di servizi "Clean Service", intestata alla moglie di Agostino Capone, Maria Grazia Semonella (anche lei a processo con l'ordinario).

L'imposizione avveniva sia con intimidazioni esplicite, come captato nel corso delle intercettazioni, sia attraverso minacce rivolte ai singoli soggetti sorpresi ad affiggere i manifesti a tarda notte, sia coprendo i manifesti affissi senza ricorrere alla loro società, facendo poi arrivare il messaggio che tale inconveniente non si sarebbe verificato se si fossero rivolti alla ditta. Nel corso delle indagini sono state captate anche conversazioni che hanno permesso di ricostruire un giro di sostanze stupefacenti nel Capoluogo. 

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