CAMORRA D'Albenzio intercettato 'svela' il nuovo gruppo: "Ho cominciato il percorso, la galera non ci fa paura"

Il figlio di 'o faraone' intercettato mentre tesse le 'lodi criminali' dello zio

Cinquant’anni da compiere e la volontà di prendere in mano il gruppo criminale della famiglia. E’ quanto emerge dagli atti dell’ordinanza cautelare del tribunale di Napoli firmata dal gip Maria Luisa Ciollaro a carico di 9 persone di Maddaloni orbitanti nelle ‘nuove leve’ del gruppo D’Albenzio, storico alleato dei Belforte di Marcianise.

Il “capo del gruppo” è Salvatore D’Albenzio,  figlio di Domenico detto ‘o faraon (deceduto nell’ottobre 2018), la cui discesa in campo, nel panorama della criminalità organizzata maddalonese, si è palesata dopo la disarticolazione del gruppo, determinata prima dall’arresto di Antonio Esposito detto ‘o sapunar per l’omicidio di Daniele Panipucci e, poi, dei componenti dell’intera struttura di “commercializzazione” delle sostanze stupefacenti gestita dallo stesso. 

Salvatore D’Albenzio era stato già arrestato nel 2012 per rapina aggravata e sequestro di persona su ordine del tribunale di Benevento (e condannato, in Appello, a 6 anni di carcere); poi, nel 2018, fu arrestato dai carabinieri di Maddaloni dopo essere stato trovato in possesso di cocaina e marijuana. 

La ‘svolta criminale’ c’è stata ad inizio 2019, quando gli inquirenti hanno avuto notizia che il nipote di Clemente D’Albenzio avesse iniziato a gestire attività estorsive e spaccio di droga direttamente dagli arresti domiciliari dopo aver “coalizzato” attorno a sé Palladino Spallieri ed altri pregiudicati di Maddaloni. 

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Azioni criminali che venivano portate avanti sfruttando il “brand D’Albenzio” che permetteva agli emissari di ‘godere’ di una condizione di assoggettamento delle vittime. Se poi serviva qualcosa in più, non c’era il timore di utilizzare le armi. E che Salvatore D’Albenzio fosse pronto a tutto emerge anche da un dialogo intercettato dagli inquirenti il primo aprile 2019 quando, dialogando con alcune persone, afferma: “Senza che dicono qua, Mimì Belforte e non Belforte. Il nome era dei Belforte, ma i soldi se li prendeva lo zio. Lo zio è una potenza, mentre mio zio Giorgio si sta facendo altri 20 anni, mio cugino si è fatto 15 anni, esce l’anno prossimo. Papà si è fatto trent’anni di carcere. Io ho cominciato il percorso, ma che volete, ci dobbiamo mettere paura della galera a casa mia? Non ci mettiamo proprio paura, la galera non ci fa paura. Le femmine nostre sono abituate a venire a fare i colloqui”.

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