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Cronaca Casal di Principe

Nuovi gruppi dei Casalesi: 45 indagati. In manette tre figli di Bidognetti

Gianluca Bidognetti avrebbe pianificato un agguato in carcere. Katia e Teresa avrebbero percepito lo stipendio

Sono 45 gli indagati nella maxi operazione dei carabinieri del comando provinciale di Caserta all’esito di un’indagine, coordinata dalla Dda di Napoli, sulla riorganizzazione del clan dei Casalesi, in particolare delle fazioni Schiavone e Bidognetti. Tra gli arrestati figurano Gianluca Bidognetti, alias Nanà, e le sorelle Katia e Teresa, tutti figli del boss Francesco Bidognetti alias “Cicciotto ‘e Mezzanotte”.

Risultano indagati, inoltre, Nicola Kader Sergio, alias o mastrone; Salvatore Gabriele, alias o spagnuolo; Nicola Garofalo, detto Lino Badoglio; Antonio Lanza, detto o piotta; Emilio Mazzarella; Giosuè Fioretto, alias o zio; Giuseppe D’Aniello; Giacomo D’Aniello, alias mimí o mister; Angelo Zaccariello; Giovanni Stabile, Antonio Stabile detto Tony; Giuseppe Spada o zingaro; Vincenzo D’Angelo, Federico Barrino, o pacciott; Vincenzo Simonelli, alias papele; Francesco Cerullo alias Ciccio; Ernesto Corvino; Giovanni Corvino; Emiliana Carrino; Carlo D’Angiolella; Teresa Bidognetti; Annalisa Carrano, alias Lulù; Francesca Carrino, alias Checca; Agostino Fabozzo; Luigi Cirillo; Marco Alfiero; Onorato Falco; Pietro Falco; Clemente Tesone; Giovanni Della Corte, alias Cucchione; Franco Bianco, alias Mussulin; Salvatore De Falco; Vincenzo Di Caterino; Giuseppe Di Tella, alias Peppe Mattone; Giuseppe Granata; Biagio Francescone; Felice Di Lorenzo; Francesco Sagliano; Francesco Barbato; Luigi Mandato; Agnese Diana; Aniello Di Fratta; Pasquale Pepe.

Ben 37 le misure cautelari tra carcere ed arresti domiciliari eseguite dai carabinieri oltre a due divieti di dimora. Nell’arco di oltre tre anni di investigazioni, è stata accertata l’operatività delle due fazioni documentando una pluralità di reati fine che sarebbero stati posti in essere da soggetti riferibili al consesso criminale casalese che, a oggi, conserverebbe una struttura piramidale ben definita.

L’attività ha consentito di appurare, tra l’altro: lo svolgimento di incontri tra esponenti di vertice delle due fazioni criminali finalizzati a concordare il ripristino di una “cassa comune”, pur mantenendo la loro sostanziale autonomia nei termini operativi, economici e territoriali storicamente a loro appartenuti. Un indagato, inoltre, avrebbe curato la pianificazione e la realizzazione delle dinamiche criminali della fazione Schiavone al fine di attuare il controllo capillare del territorio e il reperimento di somme di denaro indispensabili per il sostentamento del gruppo, affermandosi quale punto di riferimento non solo per gli affiliati ma anche per coloro che, sebbene non contigui al sodalizio, consapevoli della sua posizione di vertice, a lui si sarebbero rivolti al fine di giungere alla soluzione di controversie e dinamiche private in puro stile ‘Il sindaco del Rione Sanità ' opera di Eduardo De Filippo.

Per quanto riguarda il gruppo Bidognetti è emerso che: sarebbe ancora organizzato grazie ai figli dello storico boss. In particolare, il clan sarebbe stato gestito da Gianluca Nanà Bidognetti, il quale, sebbene detenuto, avrebbe utilizzato telefoni cellulari illegalmente introdotti nella struttura carceraria – e rinvenuti con l’ausilio di personale del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, impartendo ordini e direttive funzionali alla direzione della fazione e a promuovere le attività illegali eseguite da sodali liberi, arrivando a organizzare un progetto omicidiario in pregiudizio di un noto affiliato, allo scopo di ridimensionare la sua ascesa criminale all’interno del clan. Altre due figlie dello storico capoclan, in ragione della loro appartenenza alla famiglia, avrebbero invece continuato a percepire stabilmente somme di denaro provento delle diverse attività delittuose.

Il gruppo dei Bidognetti eserciterebbe il controllo delle attività delle agenzie di onoranze funebri dell’agro aversano, in virtù di accordi criminali stretti già negli anni ’80, attraverso un “consorzio di imprese”, che è stato sottoposto a sequestro; condurrebbe attività usuraie (con la cessione di somme di denaro in favore di imprenditori e cittadini, che, sebbene in condizioni di forte difficoltà economica, si sarebbero visti applicare tassi d’interesse finanche del 240%); avrebbe avuto la disponibilità di armi attraverso le quali avrebbe espresso la propria forza intimidatrice per assicurarsi il controllo del territorio.

Oltre al reato associativo, a carico di esponenti delle due fazioni sono stati contestati reati fine quali estorsioni in danno di numerosi operatori commerciali (al fine di piegarne la volontà, un imprenditore sarebbe stato attinto alle gambe da colpi d’arma da fuoco), traffico di sostanze stupefacenti e contestuale controllo dell’attività di cessione di droga realizzato da terzi soggetti, che sarebbero stati costretti a versare denaro a esponenti del clan per garantirsi la gestione delle piazze di spaccio.

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