Cronaca Casal di Principe

Barche bruciate dai Casalesi. Il boss intercettato: "Ho capito che sei stato tu"

Il processo alla cellula del clan in Veneto. Minacce al comandante dei vigili urbani e la rapina alla sala slot del nipote del capo

Le barche bruciate dopo la richiesta di estorsione

Dalle minacce al comandante dei vigili urbani all'incendio di tre barche all'interno di un cantiere nautico a Venezia. Sono queste le circostanze emerse nel corso del processo a carico della cellula del clan dei Casalesi, guidata da Luciano Donadio, attiva nel Nord Est, nella zona di Eraclea. 

Le minacce al comandante dei vigili

Tra i testimoni chiamati dai pm Terzo e Baccaglini c'è stato proprio l'ex comandante della polizia municipale di Eraclea che nel 2019, dalla lettura degli atti d'indagine, aveva dichiarato agli organi inquirenti di episodi intimidatori avvenuti nel recente passato, tra il 2010 ed il 2011. In particolare, secondo quanto riferito, nel 2010 qualcuno avrebbe camminato sulla sua auto ed avrebbe 'insozzato' le maniglie con dell'urina. L'anno successivo aveva notato una persona, descritta come "piuttosto corpulenta", seguirlo. Nulla che lasciasse pensare ad atti intimidatori di stampo mafioso ma il collaboratore di giustizia Vincenzo Vaccaro ha ammesso che c'era l'intenzione da parte del gruppo di incendiare l'auto al comandante dei vigili. Insomma, dichiarazioni che aprono nuovi scenari sugli episodi descritti dal capo della polizia locale. 

Tre barche bruciate nel cantiere veneziano

E' stato poi ascoltato un imprenditore, titolare di un cantiere nautico di Venezia Castello, al quale vennero bruciate tre imbarcazioni. L'uomo ha raccontato ai giudici della sua denuncia e delle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza in cui si vede una persona entrare nel cantiere con un ombrello aperto per coprirsi e non farsi riconoscere. Secondo quanto ricostruito l'imprenditore aveva ricevuto una richiesta estorsiva da parte di una persona che si sarebbe qualificata come "appartenente al clan dei Casalesi". Al diniego della vittima di acconsentire al pagamento di una somma di denaro avvenne l'incendio delle barche, di natura dolosa. Secondo quanto riferito sempre da Vaccaro a commettere il raid sarebbe stato un albanese, Renato Veizi. Il pentito ricostruisce la vicenda raccontando di aver visto Veizi parlare con Donadio il giorno dopo il raid incendiario. Il boss di Eraclea avrebbe detto: "Appena ho letto la notizia sul giornale ho capito che eri stato tu". 

La rapina alla sala giochi del nipote del boss

Acquisite, invece, le dichiarazioni dei testimoni di una rapina ai danni di una sala giochi di Monselice commessa da Giacomo Fabozzi, nipote di Donadio. Secondo l'accusa Fabozzi avrebbe costretto il direttore della sala da gioco ad aprire le casseforti, le slot e le macchine cambia valute impossessandosi della somma di 7mila euro. Dopo il colpo il direttore venne chiuso nel bagno. Acquisite anche le dichiarazioni relative all'incendio di alcuni camion di un'azienda di pavimenti.

Nel corso dell'udienza, infine, è stata affrontata nuovamente la questione della vendita dell'hotel Victory, di proprietà di Graziano Poles (la cui posizione è stata stralciata) e proprio di Donadio, per il quale ci sarebbe stata l'intercessione di Graziano Teso, ex sindaco di Eraclea condannato in abbreviato. Si torna in aula fra due settimane con ben due udienze fissate prima di Natale. Nel collegio difensivo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Stellato, Antonio Forza, Stefania Pattarello e Gentilini.


 

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