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(foto di repertorio)

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Bancarotta milionaria, 6 indagati: c’è anche imprenditore vicino ai Casalesi

Accertate distrazioni per quasi 2 milioni di euro ed imposte evase per 800mila euro

La Guardia di Finanza di Pordenone ha denunciato sei persone per una bancarotta milionaria e reati fiscali nel settore dell'edilizia, rilevando anche numerose violazioni alla normativa antiriciclaggio. Sono state accertate distrazioni per 1,9 milioni di euro e imposte evase per 800mila euro, importo per il quale è stato disposto il sequestro per equivalente.

Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria ha scoperto che i quattro amministratori di una società dichiarata fallita nel 2018, succedutisi nel tempo, e altri due soggetti, che gestivano de facto la società, avevano determinato un aggravio del dissesto, pari a circa 3 milioni di euro, compiendo operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento della società, astenendosi dal chiederne il fallimento con grave colpa, oltre ad aver tenuto, durante i tre anni antecedenti, i libri e le altre scritture contabili prescritte dalla legge in maniera irregolare e incompleta. Nel corso delle indagini sono stati, altresì, rilevati diversi trasferimenti di denaro contante, tra soggetti privati, oltre la soglia massima stabilita dalla normativa antiriciclaggio, per complessivi 44mila euro.

Secondo quanto riporta l’Ansa, uno degli indagati è un personaggio attiguo a sodalizi mafiosi. Si tratta di un uomo ritenuto operante con il clan dei Casalesi e che è attualmente detenuto nella casa circondariale di Poggioreale (Napoli). Il comandante provinciale della Guardia di Finanza, colonnello Stefano Commentucci, conferma la circostanza, specificando, tuttavia, come il soggetto indagato abbia posto in essere, nella provincia, esclusivamente condotte configuranti reati “comuni” e non di competenza distrettuale. Nel corso delle indagini non sono emersi elementi connessi al reimpiego di risorse finanziarie di provenienza delittuosa.

Spiega il colonnello Commentucci che il soggetto aveva, come “amministratore di fatto”, rilevato la proprietà di una nota azienda che si trovava in difficoltà economiche, ma invece di capitalizzarla, risulta poi averla strumentalmente utilizzata proprio per acquisire illecitamente liquidità dai suoi fornitori (mai pagati) e per commettere correlati illeciti fiscali, sia mediante l’utilizzo di fatture fittizie, sia vendite “a nero”, tali attività, peraltro, hanno portato, in un breve periodo, al fallimento dell’azienda. "La società acquistata non è stata utilizzata per inserire liquidità di dubbia origine tramite attività di riciclaggio nella provincia - spiega il comandante - bensì proprio per crearla illecitamente in ambito aziendale, prima, e travasarla, poi, all’esterno della stessa".

L’assenza di reati di tipo mafioso e la non residenza dell’indagato nella regione Friuli Venezia Giulia non hanno consentito, pertanto, di contestare, per il tramite della Direzione Distrettuale Antimafia, fattispecie specifiche, per le quali, tuttavia, sono stati attivati dei mirati scambi informativi con le Forze di Polizia e le Procure competenti territorialmente.

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