Casalesi infiltrati nelle aziende, 55 indagati e oltre 30 milioni di euro sequestrati

Le società intestate a prestanome, a capo della banda il cognato del boss Vincenzo Sarno. Riciclavano i soldi grazie ad una sala giochi e scommesse

(foto di repertorio)

Imprese infiltrate dalla criminalità organizzata e fittiziamente intestate a prestanome. E' quanto emerso dall'operazione anticamorra 'Darknet', coordinata dalla Dda ed eseguita da 300 finanzieri, che ha portato allo smantellamento di un'associazione criminale con base nella bassa Romagna in particolare nella città di Cattolica, ma con ramificazioni e interessi economici anche in altre province come Avellino, Napoli, Salerno, Potenza, Matera, Pesaro-Urbino, Forlì Cesena, Parma, Torino, Milano, con al vertice personaggi legati al clan dei Casalesi e dei Sarno, rispettivamente egemoni nell'agro aversano e sul quartiere Ponticelli di Napoli.

Indagate 55 persone

Ben 80 sono state le perquisizioni e nove le misure cautelari emesse dal gip di Bologna (5 in carcere, 3 agli arresti domiciliari e un obbligo di dimora) per i reati di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, intestazione fittizia di beni, turbativa d'asta, corruzione, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, a cui si aggiunge il sequestro preventivo delle quote sociali e dei beni di ben 17 imprese in 11 province: è questo il bilancio dell'operazione 'Darknet' in cui - come riferisce l'agenzia Dire - sono coinvolte a vario titolo 55 persone e per alcune di loro i reati contestati "sono aggravati dal fatto di averli commessi al fine di agevolare i rispettivi clan di appartenenza".

Sequestrati oltre 30 milioni di euro

Per quanto riguarda le 17 imprese, dislocate in 11 province, si tratta di aziende "operanti nei settori dell'edilizia, della ristorazione, del commercio all'ingrosso di prodotti petroliferi, delle sale gioco, dell' impiantistica e del noleggio auto", del valore complessivo stimato di 30 milioni di euro. È stato infine eseguito il sequestro per equivalente, per i reati di riciclaggio e corruzione, di altri beni e disponibilità per un valore di circa un milione di euro.

Gli arrestati

Le investigazioni hanno fatto emergere "l'esistenza di una compagine criminale stanziata nella provincia riminese, al cui interno si evidenziano, in posizione di predominio: Giovanni Iorio (finito in carcere), pluripregiudicato, sorvegliato speciale e cognato di Vincenzo Sarno, capo dell'omonimo clan napoletano e oggi collaboratore di giustizia; Luigi Saverio Raucci (anch'egli finito in carcere), pluripregiudicato, gravato da quattro condanne definitive per reati contro la persona e in materia di armi e genero del pluripregiudicato Enrico Zupo, nonchè cugino di Iorio, e Antonio De Martino (anche lui in carcere), volto 'pulito' dell'associazione, che gestiva le società di impiantistica industriale, di cui Iorio e Raucci erano soci occulti ed effettivi dominus". Accanto a loro sono stati individuati altri due livelli. Il primo è "costituito da coloro che avrebbero posto consapevolmente la propria attività al servizio del sodalizio, vale a dire Salvatore Zupo, Francesco Cercola (entrambi in carcere), Pasquale Coppola e Tania Ginefra (questi ultimi agli arresti domiciliari). Nel secondo livello rientrano invece "oltre 30 persone che si sarebbero prestate nell'attività illecita, specie di interposizione fittizia, ma dei quali non vi e' certezza della partecipazione al sodalizio criminale, trattandosi di persone reclutate all'occorrenza per ragioni di parentela o vicinanza con i singoli indagati, come nel caso di Paola Signorino (incaricata di pubblico servizio, agli arresti domiciliari) e Gennaro Stapane (destinatario di obbligo di dimora").

Le società intestate a prestanome

L'organizzazione era riuscita, in breve tempo, ad "infiltrarsi nell'economia legale della Romagna e aree limitrofe, controllando diverse attività economiche e drenando risorse mediante fatturazioni per operazioni inesistenti; asservire la funzione pubblica di due incaricati di pubblico servizio agli scopi dell'organizzazione criminale per l'acquisizione illegale di appalti pubblici; reinvestire e auto-riciclare in attività imprenditoriali, immobiliari e finanziarie ingenti somme di denaro derivanti da attività delittuose; intestare a terzi ingenti patrimoni e attivita' commerciali frutto di attività estorsive e dello spaccio di droga e affermare il proprio controllo egemonico sul territorio basso romagnolo e potentino, attraverso la repressione violenta dei contrasti interni". In particolare, è emerso che Iorio e Raucci, nonostante un reddito "apparentemente insufficiente a soddisfare i fabbisogni primari", in realtà avevano "un'elevata disponibilità economica, derivante - come chiarito dalle intercettazioni telefoniche e ambientali - dalla loro partecipazione occulta in numerose società formalmente intestate a prestanome". I due, infatti, "drenavano, con la connivenza del commercialista Pasquale Coppola, gli utili emettendo fatture per operazioni inesistenti per centinaia di migliaia di euro e prelevando poi in contanti i pagamenti ricevuti".

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Appalti illegali e soldi riciclati grazie ad una sala scommesse

Inoltre, società di fatto riconducibili ai due pregiudicati "erano riuscite ad ottenere, tramite pratiche corruttive e alterando le gare d'appalto, l'esecuzione di lavori pubblici all'interno della stazione sperimentale per l'industria delle conserve alimentari di Parma, fondazione pubblica interamente controllata dalla Camera di Commercio di quella provincia". I proventi illeciti venivano riciclati utilizzando una sala giochi e scommesse di Cattolica, riconducibile sempre agli indagati principali, ma gestita formalmente da Tania Ginefra, che per riciclare le somme provenienti dai reati contestati "aveva in più circostanze simulato vincite al gioco". 

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