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'Attacco all'informazione' di Giovanni Tridente

Pignataro Maggiore - Fino a che punto il giornalista deve prestare voce a chi fomenta l'odio? La domanda - in questi anni marcati dall'emergenza del terrorismo internazionale - è ineludibile per i professionisti dell'informazione. Ma riguarda...

Fino a che punto il giornalista deve prestare voce a chi fomenta l'odio? La domanda - in questi anni marcati dall'emergenza del terrorismo internazionale - è ineludibile per i professionisti dell'informazione. Ma riguarda fondamentalmente tutti, comunicatori e fruitori della comunicazione, giornalisti e semplici cittadini che ogni giorno sono sommersi tramite i TG, le radio, Internet e le colonne dei giornali da un'apparentemente inesauribile marea di atrocità e violenze assortite, commesse da gruppi di «resistenti», «ribelli», «guerriglieri» che accomuniamo sotto la definizione complessiva di «terroristi».Ebbene: è giusto dare risalto alle loro tragiche imprese? Non significa, in ultima analisi, aiutarli nella loro propaganda e quindi fare il loro gioco?A chiederselo è un giovane studioso, Giovanni Tridente, autore del saggio di fresca pubblicazione «Attacco all'informazione. Un approccio etico alla copertura mediatica del terrorismo» (ed.Apollinare Studi, 142 pp., Roma 2006, prezzo: 13 euro), nel quale cerca di affrontare il tema del terrorismo con gli strumenti dell'etica della comunicazione.
In tempo di terrorismo è bene che il giornalista si affidi innanzitutto alla propria coscienza, tenga bene a mente il concetto di persona e i valori umani e compia un sistematico esercizio delle virtù operando con correttezza e responsabilità.
E' questa, in sintesi, la conclusione a cui giunge Giovanni Tridente nel suo studio.
Egli scrive, infatti, che "un'etica della comunicazione si può fondare soltanto sul concetto di persona e sui valori umani. E qualsiasi attività informativa deve fare proprio l'esercizio della correttezza e della responsabilità, soprattutto in tempo di terrorismo". "Correttezza e responsabilità - aggiunge - sono due pilastri professionali che trovano la loro ragion d'essere nell'esercizio delle virtù e il loro punto di riferimento nella coscienza personale di ciascuno".
Dopo aver ricercato e classificato - soprattutto alla luce dei tragici eventi che stanno scuotendo l'umanità a partire dall'11 settembre del 2001 -, tutti quegli elementi di novità (professionali, culturali ma soprattutto etici) che si inseriscono nello storico nonché problematico rapporto tra giornalismo e terrorismo, l'Autore ha fornito uno sguardo alle cronache del passato per ricostruire ed interpretare alcuni accadimenti recenti, anche al fine di verificare come generalmente siano stati raccontati dalla carta stampata.
L'indagine ha inizialmente fatto emergere una definizione propria di "terrorismo", vale a dire che cosa costituisce il terrorismo come tale, e ha messo in evidenza come di fatto l'intera popolazione mondiale sia divenuta una platea di testimoni oculari delle azioni criminali compiute dai terroristi. Terroristi che in ragione di questa evidenza, mirano continuamente ad instillare senso di minaccia ed insicurezza nei cittadini, sollevare e spingere all'ostilità.
Prendendo spunto da una citazione degli studiosi Schmid e de Graff - secondo i quali il terrorismo non è altro che una strategia di comunicazione violenta -, l'autore si è poi sforzato di capire da quale momento in poi il giornalista e qualsiasi operatore della comunicazione fa da sponda a chi persegue un'attività losca e fomenta solitamente l'odio tra i popoli.
E, al contrario, attraverso l'analisi di numerosi interventi di opinione comparsi su pubblicazioni specializzate e sulla stampa, comprendere a che punto chi fa informazione deve accorgersi di essere diventato strumento e tagliare ogni sorta di propaganda a chi si nasconde e utilizza metodi illeciti.
In questo ambito, secondo l'autore, si misura efficacemente "il valore della risposta professionale a cui sono chiamati tutti gli operatori della comunicazione".
"Per cui, ci siamo anche noi chiesti se fosse giusto, di fronte alle richieste di pubblicità occulta fatte dai terroristi, trasmettere od oscurare. Alla proposta stravagante e radicale - ma irrealizzabile - di McLuhan, di determinare un blackout totale della copertura informativa sui terroristi (1978), abbiamo fatto seguire una via intermedia che prendesse in considerazione la responsabilità del giornalista, chiamato a dare conto delle proprie azioni, a discernere circa il proprio operato, sforzandosi di trovare una sintesi tra diritto all'informazione, esigenze politiche e fattori contestuali", scrive Tridente.
In questa prima parte, l'autore precisa che sono stati volutamente tralasciati gli studi più generali su violenza e media. "Occorre non dimenticare che il terrorismo è una delle forme di violenze. Qui però non interessavano tutti i problemi legati alla rappresentazione mediatica della violenza, ma solo a quella che viene denominata specificamente terroristica".

In conclusione, Tridente fa rilevare, dunque, che "senza una chiara concezione della persona e dei valori umani non può darsi una comunicazione cosiddetta etica. Al tempo stesso, l'umanità esige, oggi più che mai, un'attività informativa fondata sulla correttezza e sulla responsabilità, due pilastri che trovano la loro ragion d'essere nell'esercizio delle virtù e il loro punto di riferimento nella coscienza personale di ciascuno.
L'auspicio finale è che "al centro di questa professione vi sia sempre e soltanto l'uomo, la persona umana, la comunità di appartenenza, "fine e misura dell'uso dei mezzi di comunicazione" (Etica nelle Comunicazioni Sociali, Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali)".

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