"Autorizzato ad allontanarsi per non essere ucciso", no allo 'sconto' per Capoluongo

I giudici rigettano la continuazione tra due condanne per il fedelissimo di Bardellino transitato nel gruppo di Zagaria

Michele Zagaria

Non c'è continuazione tra le condotte associative poste in essere da Maurizio Capoluongo, 59 anni di San Cipriano, affiliato prima al clan guidato dall'ex boss Antonio Bardellino e poi transitato nelle fila dei Casalesi guidati da Francesco Schiavone Sandokan e Michele Zagaria. Questa la decisione della Corte di Cassazione che ha rigettato il ricorso presentato da Capoluongo che aveva chiesto di riconoscere la continuazione tra due condanne per associazione di stampo mafioso, una relativa a condotte antecedenti al 1984 ed una relativa al periodo tra il 1990 ed il 2015.

Gli ermellini hanno vidimato la ricostruzione fatta dalla Corte d'Assise d'Appello di Napoli secondo la quale Capoluongo, fedelissimo del capo clan Bardellino, componente del gruppo di fuoco oltre che responsabile di un vasto territorio, nel 1988, a seguito dell'omicidio di Bardellino, si era allontanato dal territorio di riferimento, sia pure dopo avere ottenuto l'autorizzazione di Francesco Schiavone, vertice della nuova associazione, al quale aveva rappresentato la sua fedeltà al solo fine di proteggere la sua incolumità. Dopo qualche anno per una scelta occasionale, dettata dallo strettissimo legame intrattenuto con Michele Zagaria, aveva fatto ingresso nella nuova associazione assumendo un ruolo ben diverso da quello avuto in precedenza.

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Una tesi che è stata confermata dalla Suprema Corte secondo la quale non c'è continuazione tra reati - non facendo parte dello stesso disegno criminoso - in quanto Capoluongo in una fase iniziale si sarebbe 'dissociato' dal clan, ottenendo da Schiavone e Zagaria di potersi allontanare per non essere eliminato, e solo successivamente avrebbe aderito alla nuova compagine criminale. 

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