"Bisogna far tornare la 'normalità' anche nei tribunali. Nell'emergenza è circolata una pericolosa idea di giustizia"

Il vice presidente del Coa Iaselli: "I giudici di pace sono quasi completamente fermi, non è sostenibile". Il segretario Palmirani: "Gli avvocati devono ritornare in tribunale"

Mario Palmirani e Renato Iaselli

L’emergenza Covid-19 ha aperto una nuova ferita nella società italiana, quella della giustizia. Lavoro nei tribunali praticamente ridotto al minimo e, nonostante la fine del lockdown, non si riesce a far ripartire il lavoro così come è accaduto negli altri settori. E tra le ‘vittime’ (in senso lato) di questa pandemia ci sono sicuramente gli avvocati, che hanno sicuramente patito, oggi ancor di più, le conseguenze del blocco, sia a livello professionale che economico: “Sicuramente - spiega il vice presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Santa Maria Capua Vetere Renato Iaselli - se la strutturazione dei decreti fosse stata articolata da soggetti con partita iva vi sarebbe stata una sensibilità diversa e non la consueta strutturazione difensiva tipica di tutti i livelli della nostra burocrazia, vittima di un pur comprensibile principio di autotutela.  Tuttavia, non possiamo dimenticare cosa siano stati i mesi di marzo ed aprile, le oltre 30mila vittime, le polemiche inverse di inizio marzo per non aver chiuso subito gli uffici giudiziari ed anche il tentativo, variamente articolato, di celebrare comunque alcuni processi in questi mesi, ovviamente nei limiti imposti dai decreti legge. Ma, al di là del pur rilevantissimo aspetto economico, in questi mesi ha circolato un'idea estremamente pericolosa sulla Giustizia e cioè che degli avvocati, professionisti per costituzione deputati alla difesa dei diritti dei cittadini, sia possibile fare a meno, se non addirittura che costituiscano un intralcio come talvolta sembra emergere dai ragionamenti in tv di qualche illustre togato. Il rischio di questa crisi è da un lato di natura economica per i professionisti ma, dall'altro, per tutti i cittadini, è una lesione del diritto di difesa che, in una fase storica già di per sé pericolosa, è assolutamente da evitare”.

Parole, quelle di Iaselli, che esprimono preoccupazione alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi e per una 'Fase 2' che, nella giustizia, non sembra ancora essere partita: “Nel settore civile alcuni processi sono trattati mediante deposito di note, altri saranno trattati con collegamento telematico ed una minor percentuale con udienze con presenza fisica, una quota ancora rilevante è invece semplicemente rinviata, spesso anche di un anno e più.  Per non parlare dei procedimenti di pignoramento presso terzi dove già prima dell'emergenza sanitaria avevamo segnalato più volte come inaccettabile la fissazione di prime udienze a 18 mesi dall'iscrizione a ruolo, un primato negativo. A ciò va aggiunto, in specie nel civile, il costante mancato rispetto nelle ordinanze di alcune previsioni concordate in protocollo, in primis la facoltà di replica per la difesa nelle udienze cosiddette cartolari. Situazione quasi completamente ferma  per quanto riguarda il giudice di pace dove di fatto da tre mesi si sta solo rinviando tutto: sul punto va detto che il COA non ha sottoscritto il protocollo anche perché ritiene sostanzialmente incompatibile il rito avanti il giudice di pace civile con la possibilità, promossa dal Tribunale, di udienze telematiche: non si vede come possa coniugarsi l'assenza, allo stato, del processo telematico avanti quel giudice con l'insistenza sulla udienza telematica laddove, peraltro, in altri Fori, anche prossimi al nostro, sono riprese le udienze in presenza, naturalmente con orari scaglionati onde evitare assembramenti. Sul punto torneremo ad insistere perché il blocco del giudice di pace sta producendo danni enormi poiché oggi è avanti a  loro che si celebra gran parte dei procedimenti e sono mesi che non è praticamente possibile neppure depositare un decreto ingiuntivo o richiedere copie esecutive”. Nel settore penale, invece, come sottolinea il segretario del Coa Mario Palmirani “oggi sta crescendo il numero dei processi trattati in presenza ma vi sono criticità molto serie con le cancellerie e, in particolare, con le comunicazioni dei rinvii delle udienze non trattate”. 

Le cancellerie rappresentano un problema non da poco, oggi, per gli avvocati: “Gli uffici hanno sofferto sia del ricorso ad una quota di "lavoro agile" (di ben difficile svolgimento viste le difficoltà a collegarsi da remoto coi terminali ministeriali) che di pregresse carenze di organico e, ovviamente, ciò che era in difficoltà nell'ordinario non può funzionare meglio nell'emergenza.   La situazione, nel settore civile, attenuata in Tribunale dall'esistenza del processo telematico, è invece ben più complicata avanti il giudice di pace dove la natura solo cartacea del processo rende ancora più penalizzante i limiti di accesso alle cancellerie che, di fatto, lavorano sulle sole urgenze con inevitabili conflitti sulla natura urgente o meno di non pochi adempimenti". 

La speranza è quella di tornare al più presto nelle aule “anche alla luce delle ultime dichiarazioni del Ministro di Giustizia Bonafede - aggiungono Iaselli e Palmirani  - naturalmente organizzandosi per evitare assembramenti; in ogni caso, insistiamo innanzitutto per un immediato aumento delle udienze in presenza in tutti gli Uffici Giudiziari, per la cessazione dei rinvii e per il ritorno della possibilità di poter depositare e richiedere alle cancellerie ogni tipo di atto”. E, soprattutto, si spera di uniformare i protocolli giudiziari a livello nazionale, evitando così una differenza di trattamenti nei vari Fori: “E’ evidente che aver demandato a quelli circondariali le misure in tema di organizzazione delle attività ha creato un ginepraio per cui ogni Foro ha regole differenti, tra le quali gli avvocati, che, per le peculiarità della professione, si trovano ad operare in diverse realtà territoriali, hanno spesso difficoltà a districarsi - spiegano i due rappresentati del Consiglio - Ove dovesse esservi una proroga dell'emergenza sarebbe, pertanto, auspicabile l'adozione, a livello nazionale di un protocollo concordato tra tutti gli operatori del diritto, che tenga conto delle esigenze legittime di ciascuna parte”. 

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Agli avvocati, intanto, non resta che attendere che “passi la nottata”. “In questo momento dobbiamo essere uniti, coesi ed avere fiducia e vicinanza tra colleghi” sottolineano Iaselli e Palmirani. “Vi è consapevolezza dei problemi, delle gravi difficoltà della categoria che già stava vivendo un delicato momento di trasformazione e della necessità di tornare quanto prima ad una  normalità pur compatibile con la sicurezza sanitaria. È giusto, in altre parole, che anche agli avvocati venga consentito il ritorno ad una "normale" vita lavorativa, che permetta  agli stessi di recuperare nel più breve tempo possibile quanto inevitabilmente perso in questi mesi. Ogni cittadino ha dovuto fare i conti con questa situazione imprevedibile e drammatica  ma è opportuno, nel rispetto delle condizioni di sicurezza, battersi, sia a livello locale che nazionale, sempre nel rispetto dei ruoli istituzionali di ciascuno e delle rispettive responsabilità, per la reale riapertura dei Tribunali, dai quali è intollerabile che vengano, allo stato, tenuti fuori solo gli avvocati”. Auspicando, come chiosa Iaselli, “anche una battaglia nazionale per il ritorno al meccanismo dei minimi tariffari, la cui liceità anche in sede europea non è più in discussione e che sono strumento di tutela sia da pratiche di concorrenza sleale che di accaparramento e, diversamente, da quanto a suo tempo sostenuto, sono difesa dei più giovani e meno strutturati come ovvio avendo gli stessi meno potere contrattuale”.

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