Avvocati in quarantena forzata, Russo: "Accuse senza fondamenta"

Il presidente dell'ordine forense di Santa Maria Capua Vetere interviene dopo le polemiche

Il presidente dell'Ordine degli Avvocati Adolfo Russo

"Sono costretto ad abdicare temporaneamente al mio ruolo istituzionale, che mi impone di tacere e non replicare alle fake news, ma rispondere con i fatti, a causa di una inaudita aggressione scatenatasi sui social". Esordisce così un amareggiato presidente del Consiglio dell’Ordine di Santa Maria Capua Vetere, Adolfo Russo, da 46 anni avvocato (contrariamente a qualcuno che addirittura ha adombrato l’ipotesi che non svolgesse questa professione) finito al centro di accuse che lo stesso presidente afferma essere "assolutamente prive di fondamenta" e provenienti da un marasma mediatico incrociato con il devastante effetto social. Nei giorni scorsi, dopo una dichiarazione al Tg3, Russo era finito nel mirino dell'opposizione che aveva ritenuto quelle affermazioni "avulse dalla realtà". 

Presidente Russo, cosa sta accadendo? I tribunali sono off-limits ma sui social si punta il dito sul Consiglio...

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"Il messaggio che sta passando è totalmente errato: si vorrebbe far ricadere la colpa dell’impasse dell’intero comparto giustizia sui Consigli forensi – non dimentichiamo che il dato di addebito è nazionale – alla luce di una situazione e di una legge intervenuta a causa dell'emergenza Coronavirus. I danni sono innegabili: è tautologico affermarlo. Ma mi rendo conto che una intervista di pochi secondi inserita “a biscotto” in un diverso contesto possa aver dato adito ad una marea di interpretazioni del tutto errate rispetto alla reale vicenda. L’aspetto mediatico sta prendendo il sopravvento su quello fattuale, tant’è che mi trovo imputato, o meglio già condannato, per situazioni a me totalmente estranee: anzi, voglio ricordare che ho sempre agito, con l’apporto della sola maggioranza del Consiglio, in maniera totalmente contraria a quella che oggi mi viene imputata".

Quale è la verità dei fatti?

"Occorre fare chiarezza su questa vicenda. Sgombro subito il campo dall’atteggiamento dell’opposizione che fa il suo gioco, possiamo discutere sulle modalità, sui termini, sull’aggressività, sull’esasperazione di tale gioco, ma, nei limiti, ci potrebbe anche stare. Ritengo che non interessi a nessuno degli avvocati entrare in queste beghe tra maggioranza e opposizione che vanno avanti da circa un anno e mezzo: all’avvocatura interessano i risultati non queste beghe interne. Questo però non mi esime dall’evidenziare che l’opposizione fino ad oggi ha avviato una serie di innumerevoli ricorsi presentati ovunque: circa sei o sette innanzi al Cnf, alla Corte dei Conti, al Tar, al giudice ordinario e addirittura all’Anac, senza sortire effetto alcuno, per tacere delle ulteriori “iniziative” in corso. Di ciò è bene che gli avvocati siano a conoscenza, ma non intendo dire di più poiché è un problema dialettico interno del nostro Consiglio".

Presidente, passiamo alla pandemia...e al blocco della giustizia

"Le istituzioni politiche e non solo quelle, sono state prese in contropiede a causa del Coronavirus che ha fatto andare l’Italia allo sbando dallo scorso marzo, anche perché da una probabile sottovalutazione del fenomeno, si è passati ad un accertamento della gravità e pericolosità della situazione che poi si è concretizzata con tutto quello che sappiamo e quindi le “risposte”, ahimè, sono state, vuoi per impreparazione alla fattispecie, vuoi per altri motivi, illogiche e devastanti. In questo contesto l’istituzione più penalizzata è stata quella della Giustizia, trascurata ed abbandonata dimenticando che il bene Giustizia, oltre ad essere un bene costituzionalmente garantito è insopprimibile ed incomprimibile in quanto a tutela del cittadino. La libertà del cittadino, in tutte le sue manifestazioni, non è discutibile. In un primo momento, quindi, si è stati tutti travolti dall’emergenza che ha imposto una chiusura generalizzata, sono stati chiusi tutti gli uffici e i Tribunali e noi avvocati siamo andati in una sorta di quarantena professionale, oltre che sanitaria. Questa la realtà. In questo contesto, per gli uffici pubblici si è tentato di lasciare un simulacro di vitalità con il cosiddetto lavoro da remoto".

Lo smart-working secondo lei ha creato delle conseguenze sull’attività della giustizia?

"Il lavoro agile “imposto” dall’emergenza ai cancellieri, ed ai giudici, ha provocato non pochi guasti, innanzitutto perché intervenuto su strutture sostanzialmente impreparate a questa modalità. Valga considerare come essendo impedito l’accesso all’informatizzazione del Tribunale dall’ “esterno” di fatto i cancellieri non hanno potuto proficuamente svolgere la propria attività da remoto per cui gli stessi, indipendentemente dalla propria volontà, si sono trovati impossibilitati ad esercitare continuativamente le proprie funzioni, e ciò ha provocato, e provoca, un danno rilevantissimo: il cancelliere da casa di fatto può poco operare, rientrato in servizio trova il lavoro accavallato dal pregresso e dal contingente. Si leva, infatti, da una consistente fetta degli stessi la richiesta di lavorare “in presenza”. Fino al mese di maggio, quindi, termini sospesi, vertenze sostanzialmente rinviate, tranne alcune, ma quantitativamente poca cosa, e lavoro da remoto. Le difficoltà operative hanno coinvolto “anche” i giudici e soprattutto gli avvocati. Dico ciò non per dare la croce, ma per riportare fatti oggettivi e rammentare che il pianeta giustizia si fonda su tre pilastri: giudici, avvocati e funzionari amministrativi che, di pari livello, devono lavorare all’unisono, pena il corto circuito del sistema, come è avvenuto e come, in parte, avviene ancora. Il lumicino della giustizia, quindi, rimaneva acceso, ma con grande difficoltà e problematicità, spandendo una luce assolutamente flebile, di certo inadeguata".

Come si è pensato di risolvere questo problema?

"La scelta politica è stata quella di demandare esclusivamente ai Capi degli uffici giudiziari la responsabilità, l’organizzazione, la gestione di tutto il pianeta giustizia, ivi compresa ovviamente l’attività di cancelleria e di udienza. In itinere, probabilmente per dare un contentino agli avvocati ma senza limitare la piena autonomia dei Capi degli uffici giudiziari, si è sancito l’obbligo di “sentire” i COA. Questi ultimi, e per essi il presidente, avrebbero potuto dare un parere comunque non vincolante, ovvero: ove mai si fosse trovata una intesa reciproca fra vertici del tribunale e del Consiglio, si sarebbe potuto stipulare un protocollo comportamentale, in caso contrario, il Presidente del Tribunale aveva il diritto/dovere di agire in autonomia anche in presenza di un parere negativo da parte del Coa. Dunque, “sentito”, non significa che il Consiglio partecipi alla stesura del decreto. Ritengo fondamentale che si consideri, quindi, la differenza sostanziale fra protocollo e decreti".

Il Consiglio quindi su 15 provvedimenti del tribunale quanti protocolli ha sottoscritto?

"Un solo protocollo, perché tutti quelli sui quali non abbiamo trovato convergenze sono stati emanati con la forma e sostanza di decreti. Tranne che per il civile, quindi, le opinioni sono risultate divergenti e non si è sottoscritto alcun protocollo. A titolo meramente esemplificativo, ma certamente non esaustivo, mi consenta di riportarmi ad alcune delle innumerevoli note indirizzate alla presidenza. È intuitivo, quindi, come, fermo restante la istituzionale collaborazione (da cui “sentito il COA”) solo nel civile si sia trovata una sostanziale convergenza, per le altre materie (penale-giudice di pace), si sia andati avanti per decreti. Spero aver contribuito a chiarire un equivoco di fondo: un solo protocollo e tanti decreti. A ciò si aggiunga, in sovrannumero, che l’attuazione concreta di tali documenti ha provocato, e provoca, non poche problematiche. E tanto è avvenuto a livello nazionale, non solo a Santa Maria Capua Vetere".


Un problema di tutta l’Italia dunque, ogni tribunale un protocollo...

"Poiché il Governo non ha ritenuto emanare linee guida comuni su tutto il territorio nazionale, ma ha lasciato libero ciascun Capo di ogni ufficio giudiziario di muoversi in maniera autonoma, si è provocata una totale bailamme. Un avvocato che a Santa Maria, Napoli, Napoli Nord o Avellino, debba fare udienza in altro foro, deve informarsi prima quale regime viga presso tale foro. Posso capire che ogni tribunale abbia delle esigenze territoriali specifiche, per esempio Santa Maria non potrà essere uguale a Milano sotto il profilo di alcune peculiarità, ma linee guida alle quali adeguarsi a livello nazionale sarebbe stato il caso di emanarle. Oggi ci troviamo all’assurdo: in tribunali contigui, in alcuni si consentono udienze in presenza e in altri no. È anche opportuno evidenziare come in tale situazione emergenziale anche l’ Ordine sia dovuto ricorrere allo smart working ed è in mala fede chi ritenga che l’ordine non abbia lavorato costantemente e continuamente. Ogni giorno il personale di segreteria si teneva in contatto con me, per affrontare e gestire il quotidiano".

Quindi cosa era consentito ad ogni Consiglio forense?

"Spero essere stato chiaro sulla differenza fra decreti e dei protocolli di cui sopra. Cosa avrebbe potuto fare ciascun presidente? O andare in rotta di collisione con il capo dell’ufficio giudiziario (senza produrre alcun risultato perché i decreti comunque sarebbero stati emanati lo stesso), con le conseguenze per l’avvocatura di non avere nemmeno quel minimo o massimo di autonomia in risposta alle proprie esigenze; oppure assumere una posizione prona e supina, sottoscrivendo tutti i protocolli: qualcuno lo ha fatto ma non a Santa Maria Capua Vetere, non il presidente dell’ Ordine di Santa Maria Capua Vetere. Per quanto mi riguarda, ho adottato una linea mediana, mi sono continuamente consultato con la Presidente del Tribunale e, laddove sono stati reperiti momenti di condivisione (giustizia civile) è stato stipulato il protocollo. Cosa che non è avvenuta né nel penale né nel giudice di pace. Nel penale il compito maggiore è stato accollato dalla Camera Penale che, attraverso il suo presidente, ha interloquito costantemente con il sottoscritto".

La situazione quindi attuale quale è nel nostro circondario?

"A Santa Maria è stato disciplinato l’ accesso per il penale ed il civile, certamente discutibile o migliorabile come tutto, ma per vincoli legislativi/sanitari una regola doveva esserci. Ed il Consiglio sta tentando di mediare oggi diverse, e più ampie, accessibilità in un periodo in cui l’emergenza sembrerebbe allentata ma le leggi in vigore che impongono, fra l’altro, il distanziamento sussistono ed il responsabile della eventuale mancata attuazione della legge sarebbe la Presidente del Tribunale. Se oggi scoppia un problema di tipo sanitario la responsabilità è della Presidente del Tribunale, non dobbiamo dimenticarlo. Stiamo tentando, in modo continuo e costante una interlocuzione (che non vuol dire supina rassegnazione), ma collaborazione tra Istituzioni nell’interesse esclusivo dei rappresentati, per approfondire un discorso che porti ad un ampliamento di questi ingressi tenendo presente che il vero vulnus sostanziale per gli avvocati sono le attività di cancelleria: è lì il vero problema, fra addetti in lavoro da remoto e quelli in presenza, difficoltà operative, ritardi nella trasmissione dei rinvii e delle attività processuali ecc.".

I problemi non sono soltanto del settore civile...

"Per il penale si stanno facendo le udienze che è possibile fare e in questo va dato merito alla ferma posizione della Camera Penale, ma anche i penalisti hanno difficoltà di operatività con le cancellerie, contingentate e a compartimenti stagni. Ciò vuol dire che un penalista che debba ricevere degli atti da varie cancellerie è costretto a fare più accessi in giorni diversi e orari diversi invece di trovarle accorpate quella specifica volta che va in Tribunale. Quindi deve tornare più volte aumentando i rischi da presenza fisica: il sottoscritto ha ben chiara questa situazione e sta cercando, insieme al presidente della Camera Penale, di ovviare, non c’è, quindi, una omissione o mancanza di attenzione su questi problemi. Tanto a voler tacere della mancata comunicazione dei rinvii. In diversi casi si è verificato come la causa venga anche rinviata, ma contestualmente non venga decisa la data del rinvio e quindi l’avvocato si trova a non conoscere quale sarà la data successiva nonostante il COA abbia dato disponibilità a comunicare la data di rinvio appena conosciuta. Una mancata conoscenza che non deve essere addebitata al COA ma che può derivare da una duplice circostanza: o che il giudice non abbia indicato la data o che la cancelleria, per i motivi esposti prima, non l’abbia trasmessa con immediatezza".

Problemi che il suo Consiglio e Lei conoscete perfettamente, cosa risponde a quelli che dicono che non si attiva in merito?

"Queste limitazioni sono ben conosciute al presidente del COA che si sta attivando e si attiva. Dire che il presidente del COA è indifferente, estraneo o esterno è offensivo. Bisogna considerare come i poteri per l’avvocatura siano limitati, ma è la legge che ha stabilito una priorità e una preminenza dei magistrati, un sistema sostanzialmente rimesso ai magistrati: piaccia o no è la realtà. Pertanto è improduttivo avviare uno scontro. Alternativamente: un presidente, attento all’attività mediatica e populista ben avrebbe potuto comportarsi come il Masaniello di turno, seguendo pedissequamente l’onda dei malpancisti e avrebbe risolto i propri problemi, ma di fatto i danneggiati sarebbero stati gli avvocati che sarebbero rimasti senza tutele e direttive. Ho scelto di interloquire nei limiti concessi dalle norme per cercare di ovviare a determinate situazioni. Né va sottovalutato come il problema vero sia non tanto nelle disposizioni emanate, sicuramente migliorabili, ma soprattutto nell’applicazione pratica di queste direttive che troppe volte vengono mal eseguite e non correttamente interpretate".

Parliamo del civile ...

"Tutto quello che ho detto si cuce perfettamente con il settore civile, unico protocollo condiviso dal COA. Mi permetta di evidenziare come il sottoscritto, che è avvocato da 46 anni, e vive di tale professione, partendo da zero, conosce i problemi della giustizia civile, e, quindi, ha potuto intervenire direttamente firmando un protocollo che sulla carte è buono. Il problema nasce dall’attuazione: è capitato a me per primo di avere notizie di udienze in ritardo, di termini di scadenza inapplicabili, di udienze che non si sa se verranno rinviate o discusse, di udienza di cui si sono perse le tracce. Un problema applicativo sul quale il Consiglio è riuscito ad intervenire positivamente è quello di non far comminare alcuna decadenza quando le “inadempienze” non siano imputabili all’avvocato, ,ma certamente questo crea disfunzioni, come pure si sta intervenendo ancora per evitare rinvii di anni. Inutile sottolineare come non sia un problema addebitabile al presidente del COA, perché, purtroppo, i rinvii non li stabilisce il presidente dell’ordine. Possiamo far sentire, come stiamo facendo, la nostra voce e sono sicuro che questa voce sarà presto ascoltata anche per i consentire di differire i rinvii in tempi più ravvicinati".


Presidente, poi l’altro problema: i giudici di pace...

"Un mare magnum che coinvolge, strutture inadeguate, impossibilità di carattere tecnologico, numeri di utenti e di fattispecie incredibili. Il giudice di pace ha solo il fascicolo cartaceo e non digitale, la possibilità di digitalizzare il fascicolo è impossibile allo stato, forse auspicabile in futuro. Si è dovuta affrontare una enorme battaglia, ancora in corso, per consentire l’accesso alle cancellerie da parte degli avvocati che giustamente vogliono essere protagonisti nelle udienze fisiche e non da remoto e per lo svolgimento dell’attività stragiudiziale necessaria per il proprio mandato come deposito degli atti, ritiro decreti ingiuntivi e così via. Gli avvocati vivono di questa attività. Non è stato consentito per motivi sanitari il libero accesso, la presidenza del tribunale ha ritenuto adottare un decreto sul quale il COA ha espresso la propria contrarietà (le rimetto il documento), decidendo per il giudizio da remoto. Tale soluzione è, a mio giudizio, difficilmente attuabile relativamente al giudice di pace: come pure penalizzante la limitazione all’accesso agli uffici. Siamo riusciti ad ottenere una regolamentazione per le iscrizioni e costituzioni, ma non, ancora, per l’attività non strettamente collegata alle udienze. Su tale ultima esigenza ci stiamo fortemente battendo per ottenerla, e sono personalmente fiducioso in un esito positivo. Così come si sta cercando di intervenire per ottenere udienze in presenza, per altro possibili presso altri tribunali. Se si può, quindi, imputare un addebito al presidente dell’ordine è solo quello di aver preferito agire, lavorare e non servirsi dello strumento mediatico per pubblicizzare".


Quindi sono partite le accuse da quella piazza che sono i social...

"All’attualità io vengo messo in croce e additato al pubblico ludibrio. Magro risultato dopo 46 anni di attività professionale. Devo anche dire che prima dell’ intervista rilasciata al Tgr Campania lo scorso 4 giugno, che ribadisco, va letta nei contenuti e non nel contesto nel quale è stata inserita, ho portato in Consiglio un mio documento (la delibera numero 58 del 28 maggio 2020 nda) di protesta contro l’intero sistema e con il quale preannuncio, e ho chiesto di deliberare, ogni opportuna iniziativa a favore della classe. E’ evidente che la interlocuzione tra istituzioni è la soluzione auspicabile, ma se non dovessero esserci risposte in senso positivo per l’avvocatura già da lunedì 8, data fissata per il prossimo incontro, decideremo per una adeguata azione. Preciso che questo deliberato è precedente alle accuse e alle proposte sbandierate via social. Chi parla ha manifestato la propria contrarietà, in più sedi ed a più riprese nelle forme che gli sono consone, e cioè atti e delibere, ma non sui social che gli devono essere istituzionalmente estranei. Si ponga per un attimo mente al paradosso che oggi gli unici luoghi impediti all’accesso sono le scuole ed i tribunali. Condivido, comprendo e capisco l’amarezza dei colleghi che è anche la mia, e ribadisco la assoluta ‘presenza’ sul problema in tutte le forme che si dovessero ritenere necessarie onde garantire il diritto alla difesa, la presenza degli avvocati, e la tutela della professione. Ho sempre sostenuto di aver ricevuto un mandato per servire l’avvocatura e non per servirmi dell’avvocatura e sarò sempre coerente con tale principio".

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