Il ko col Francavilla chiude il 'ciclo' della Casertana: come e quando ripartire?

Si è bloccata anche l’escalation di risultati, giusto epilogo di una stagione fallimentare

Dirigenti e giocatori sono finiti sotto accusa dalla tifoseria

La sconfitta ad opera del Francavilla ha messo la parola stop ai sogni di gloria della Casertana, della sua proprietà, dei suoi tifosi, tanto ostentati dalla metà di giugno dello scorso anno. Ma la giusta sconfitta nella prima gara dei play off non ha destato soverchie sorprese dal momento che il comune sentire aveva già messo in preventivo l’epilogo della stagione l’altalenante percorso durante le 38 stazioni della Via Crucis chiamato campionato. 

Il gol di Partipilo dopo una dozzina di minuti del match del Fanuzzi non ha fatto altro che stagliare nitida la punta dell’iceberg, con tante contraddizioni, omissioni, magagne nascoste al di sotto del livello dell’acqua ma che non potevano che generare l’esito definitivo. Ora da più parti si chiede la testa di questo o quello, ma una verità lapalissiana è che le teste dei responsabili dovrebbero essere già cadute: eticamente chi si è reso fautore dello scempio dovrebbe avere la dignità di non presentarsi più al cospetto dei tifosi e della città perché non ci sono attenuanti a quanto perpetrato. 

E questo non per un risultato mancato o per un obiettivo fallito, bensì perché nessuno – né da parte della tifoseria, né della stampa, né di alcuna altra componente – aveva chiesto la luna. D’Agostino dice di aver avallato tulle le scelte, anche quelle non sue, ma è chiaro che alcune decisioni le ha letteralmente subite, anche se ciò non costituisce una attenuante.  L’asticella l’ha innalzata la società propinandola alla città in pompa magna in una calda serata di agosto. E’ quello il vero fallimento, con tutte le scelte che hanno preceduto e seguito la presentazione della Casertana 2018-19. A cominciare dai rapporti incrinati prima con la stampa, quindi coi tifosi, infine con le istituzioni: tutti dettati da una linea portata avanti senza alcuna competenza, senza programmazione e tanta presunzione. Sì, presunzione perché alle prime crepe non si è dato mai ascolto alla piazza che sollecitava qualche modifica al progetto. In corso Trieste si è pervicacemente insistito con una politica assolutistica considerando la Casertana come una azienda scevra da tante componenti che una società sportiva deve coinvolgere per poter crescere e maturare. Ora piangere sul latte versato ci sembra un tantino eccessivo, anzi è meglio non porre l’accento sul fallimento ma analizzare alcuni errori da cui ripartire per una programmazione che porti ad un percorso progressivo, senza voli pindarici e tenendo presente che – per esempio – quando si chiama a raccolta la tifoseria per sostenere la squadra, quella stessa tifoseria va rispettata e tenuta in debita considerazione al momento delle scelte. 

Si dirà: al momento della presentazione di Castaldo, Vacca, D’Angelo e Floro Flores e tutti gli altri, gli occhi di tutti brillavano di gioia e di entusiasmo. Siamo d’accordo, ma c’è da valutare anche che il tifoso non è un addetto ai lavori che deve – e sottolineo deve – valutare le condizioni fisiche e mentali dei calciatori, l’opportunità di inserirli in determinati contesti, concordare con chi li dovrà allenare, gestire, mandare in campo per sfruttarne al meglio le potenzialità. Qualcuno aveva messo sull’avviso chi di dovere che si stava componendo un mosaico di primi attori senza consultare l’allenatore sulle modalità di impiego di ciascuno. Primo passo falso verso il baratro quello di scegliere prima i calciatori e poi il tecnico. Ed ancora c’è da porre l’accento sulla determinazione con la quale si è asserito di aver scelto prima gli uomini e poi i calciatori: contraddizione stridente perché in varie occasioni si è assistito a clamorose smentite sul tema, da parte degli stessi padroni del vapore. 

LA GUERRA CON LA STAMPA. Ogni volta che si è dovuto fare i conti con la triste realtà si è sempre cercato – all’esterno – i responsabili delle malefatte, senza fare mai un approfondito esame di coscienza al proprio interno. Si è accusata la stampa di non remare nella stessa direzione dei vertici societari; i tifosi di non supportare a dovere gli atleti impegnati in una difficile impresa; il sindaco reo di boicottare i tentativi della proprietà di dare slancio allo sforzo che la stessa stava mettendo in essere per dare dignità e lustro alla massima espressione del calcio provinciale. Mai una volta che qualcuno si fosse presentato a chiedere scusa di errori commessi. E non parliamo di certo del presidente D’Agostino che in qualche occasione lo ha fatto, ma nei fatti poi, ha sempre confermato al suo posto chi dettava tempi e condizioni per perseverare nell’errore. La stampa è stata la prima ad entrare nel mirino in quanto, pur essendo venuta a conoscenza di certe magagne nel tentativo di ottenere un titolo non confacente, riportò la notizia solo alla pubblicazione ufficiale da parte degli organi competenti, cosa che provocò alla stessa società una ammenda, oltre all’inibizione per lo stesso tesserato. Quindi la stampa avrebbe dovuto tenere nascosto un documento ufficiale che smascheravano il marchingegno. Ma per D’Agostino non era successo niente e sorvolò sul primo attacco di chi si sentiva denigrato da certi giudizi pubblicati su carta stampata e siti on line.

L’ATTACCO AI TIFOSI. Ad inizio torneo la Casertana, la supercorazzata che avrebbe dovuto ammazzare il campionato, subì due inopinate quanto legittime sconfitte a Rieti e a Bisceglie. La successiva vittoria sul Catanzaro consentì a qualcuno di inveire contro i tifosi che si erano presentati al Pinto in misura ridimensionata rispetto alle aspettative e agli sforzi economici della società. Ma il grosso della tifoseria aveva già capito che la Casertana era stata costruita non con senno calcistico, ma rincorrendo nomi altisonanti ma assortiti in maniera inadeguata. Era fin troppo evidente che quella squadra pendeva troppo a sinistra, coi vari Pinna, Zito, Ferrara che si sovrapponevano su quella fascia mentre per dare vigore alla fascia opposta si dovette attendere ben 13 giornate prima che Meola potesse equilibrare l’altro reparto. 

CAPITOLO FONTANA. Come detto il tecnico è arrivato a Caserta dopo che il grosso del gruppo era già stato delineato. Come dire questi sono i calciatori, se vuoi allenarli devi accontentarti ed arrangiati. Al tecnico che a Nocera, Juve Stabia e Cosenza e in tutte le altre sua esperienze calcistiche aveva sempre giocato in una determinata maniera (col 4-3-3 per essere precisi) fu imposto di adottare il 3-5-2 perché quello era il modulo deciso dalla società. Madornale l’errore del tecnico che non avrebbe dovuto accettare tale imposizione, ma l’allenatore catanzarese era troppo allettato da una pronta rivincita e soprattutto si sentiva protetto da chi dirigeva i giochi. Chi lo aveva scelto e portato al Pinto aveva coniugato indissolubilmente la sua permanenza a Caserta con l’allenatore che proveniva da tre avventure anticipatamente interrotte per svariati motivi. Ma quando i tempi maturarono per dargli il benservito, chi aveva dichiarato che lo avrebbe seguito a ruota rimase al suo posto. Anche in questo caso per D’Agostino non era successo niente. Al punto tale da spiegare che certi atteggiamenti di sfida al 90’ di Casertana-Paganese (4-1) erano rivolti non al pubblico ma al presidente stesso. Come se non fosse ancor più grave la mancanza di rispetto in modo così plateale al massimo dirigente rossoblù. Ma in quel periodo serpeggiava il malcontento generale e si preferì mandar via chi aveva osato fumare un sigaro scaricando su di lui tutte le responsabilità del momento.

L’ULTIMA SCINTILLA. Quello che ha aizzato definitivamente i tifosi si è concretizzato nell’immediata vigilia dell’ultimo match della stagione, quando si è permesso di esibire come un trofeo la maglia rossoblù in occasione di una manifestazione elettorale. Cosa avrà pensato di questa vicenda il presidente non è dato sapere e dopo circa una settimana dall’evento non risulta pervenuta nessuna nota da parte della società sull’accaduto. I tifosi non hanno digerito e si sono acuiti in maniera esponenziale rabbia e sconcerto. Ormai la tifoseria ha dichiarato guerra aperta. Certo una società di calcio è patrimonio della proprietà che la gestisce e nessuno può permettersi di interferire sull’operato di chi investe soldi per portare avanti certi progetti, ma c’è da registrare che è espressione della realtà che rappresenta. E chi assume determinati ruoli questo lo deve tenere ben presente. Ed ora? Come dicevo in apertura è inutile accanirsi a chiedere la testa di questi o quelli: chi ha il timone tra le mani deve assumersi le proprie responsabilità e decidere in che modo proseguire l’avventura.  La sconfitta di Brindisi ha chiuso un ciclo, nel senso che ha decretato che certi atteggiamenti non sono più consentiti. Ora la palla è nelle mani di D’Agostino che dovrà stabilire se continuare su questa falsariga oppure darà corso ad una inversione di rotta, magari con programmi più lungimiranti e con modalità differenti rispetto a quelle adottate fin qui. Lo ha dichiarato recentemente in una delle poche interviste concesse pubblicamente, maturi la sua scelta, senza pressioni di sorta e quando deciderà di comunicare le sue decisioni il popolo rossoblù a sua volta potrà rivelare le proprie intenzioni, se seguirlo, come ha fatto in questi tre anni oppure manifestare – civilmente, beninteso – il proprio disappunto. 

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