Una piattaforma di sviluppo affidata al Piano Strategico

Caserta - L’evoluzione della Conurbazione casertana, dove il termine evoluzione riguarda qualsiasi tipo di aspetto non solo necessariamente urbanistico e di pianificazione territoriale, è affidata alla redazione del piano strategico. Uno studio...

L’evoluzione della Conurbazione casertana, dove il termine evoluzione riguarda qualsiasi tipo di aspetto non solo necessariamente urbanistico e di pianificazione territoriale, è affidata alla redazione del piano strategico. Uno studio che dovrà, grazie alla somma di più finanziamenti, in parte erogati dall’ex ministero per le Infrastrutture e Trasporti e dalla Regione Campania, essere svolto dalla Società Esosfera – società aggiudicatrice del Bando defenito “Action Plan” - assegnatole lo scorso maggio. Tre azioni da portare a termine: l’una concatenata all’altra. Vale a dire il piano strategico della Città di Caserta, il piano strategico della stessa conurbazione, così come pure il piano della mobilita.
Uno studio, questo, basato principalmente sull’ascolto, sul partenariato tra i vari soggetti chiamati in causa, sulla comunicazione. Aspetto, su cui abbiamo già discusso, ricordando il rapporto curato dal Censis, in merito al concetto stesso di strategic planning.
Una metodologia, quest’ultima, importata dal mondo aziendale nell’ambito della programmazione dello sviluppo territoriale, che ha suscitato un crescente interesse tra urbanisti e amministratori pubblici, divenendo alla fine degli anni Novanta oggetto di pratiche da parte di alcune amministrazioni locali. Sebbene il fenomeno sia temporalmente concentrato da poche città pilota, (nel giro di pochi anni, si è passati a circa settanta), è possibile scandire in tre momenti il processo di moltiplicazione delle esperienze.
“Una prima fase di sperimentazione pionieristica (1998-99) – come si legge nel dossier - da parte di alcune, poche, città-pilota come Torino (la prima realtà italiana a misurarsi con la sfida di un paino strategico), Roma (con l’iniziativa ‘Roma prossima’), La Spezia, Piacenza, Firenze; che, per ragioni diverse, hanno sentito il bisogno di avviare un processo di ripensamento delle prospettive future dalla città”;
“una seconda fase (2000-2004), in cui sulla sia di quelle prime sperimentazioni altre città del centro-nord (da Trento a Perugia, da Verona a Jesi), hanno intrapreso questa strada introducendo perfezionamenti ed innovazioni nel metodo”.
Ulteriore significativo fattore di maturazione è la costituzione, nel 2003, di Recs, la Rete delle città strategiche (di cui sono soci fondatori le città di Firenze, La Spezia, Torino, Pesaro, Verona, Trento e Venezia), che si propone la diffusione della pianificazione strategica quale modello di governance locale.
“Una terza fase, più recente (2005-06), ha interessato la diffusione soprattutto nelle regioni del sud e resa in gran parte possibile da finanziamenti statali regionali (quota finanziaria dedita a pianificazione innovativa) con lo scopo di rafforzare la progettualità della città anche in vista della nuova tornata dei fondi strutturali (2007-2013)”.
Peraltro negli ultimi anni, mentre le esperienze di pianificazione strategica si moltiplicavano sul territorio, alcune città come Trento, La Spezia, Piacenza e la stessa Torino, sono passate all’avvio di un seconda step di lavoro, a dimostrazione della natura processuale e reversibile nel tempo dello strumento. Il piano strategico, o per meglio dire, il documento finale che viene redatto non è immutabile e cristallizzato nel tempo, ma suscettibile di continue trasformazioni proprio per il ruolo ed per il modo di interfacciarsi della città con il territorio e con la sua conurbazione.
E’ bene interrogarsi, dunque, su quali siano state le ragioni che sono base di un successo così rapido di questo nuovo strumento di progettazione.
•In generale la risposta viene ricondotta alla necessità di trovare strade nuove (il paino strategico è una di queste), per affrontare, con una più incisiva azione di governo, problemi complessi quali quelli legati alla promozione dello sviluppo territoriale;
•una nuova domanda di cui le amministrazioni locali si trovano sempre più a farsi carico. In particolare le ragioni di fondo che determinano l’interesse per l’approccio strategico riguardano il fatto che vi è la necessità di ridefinire l’identità di un territorio di fronte a scenari dinamici ed incerti che l’hanno messa e la mettono continuamente in crisi.
• Non solo. “La geografia di riferimento – come osserva lo studio del Censis è variabile - (a seconda dei temi); e, comunque, non corrisponde alla logica dei confini amministrativi;
•“ le risorse rilevanti sono distribuite tra più attori in un contesto ad elevata frammentazione”;•“la natura dei problemi di maggiore rilevanza è multidimensionale”;
•“vi è (spesso) una forte leadership del sindaco che orienta l’azione dell’amministrazione verso l’individuazione di nuovi traguardi; il successo delle scelte è maggiormente legato all’interconnessione tra gli attori istituzionali e alla possibilità di individuare e risolvere problematiche con elevate interdipendenze”.
In quest’ottica l’interesse per l’approccio strategico è legato, almeno in teoria, all’adozione di una logica:
*Innanzitutto selettiva, perché individua pochi temi decisivi da cui possono scaturire nuove chance di sviluppo;
* comunicativa, perché promuove occasioni di interazione tra gli stakeholders - soggetti “portatori di interessi” nei confronti di un’iniziativa economica, sia di carattere pubblico che privato, che alimenta lo scambio di idee ed informazioni sui temi del dibattito urbano;
•perché concertativa, che si fonda sulla disponibilità a promuovere partneship sulla base di accordi volontari, abbandonando logiche autoreferenziali o gerarchiche;
•perché integrata, cioè che mira a creare sinergie e a dare coerenza alle diverse politiche settoriali (progetti e programmi) in corso di realizzazione. •In fine operativa e flessibile, perché parte dalle risorse esistenti valorizzandole e mettendole in rete, selezionando azioni ed interventi realisticamente realizzabili;
•e, nello stesso tempo, considera in modo non rigido sia il riferimento territoriale (che cambia a seconda dei temi), che a quello dei contenuti operativi.
Elementi, questi, rispetto ai quali i modelli tradizionali, quelli codificati da una precedente pianificazione, sono apparsi carenti ed, in ogni caso, poco esaustivi ed incompleti.

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