A Palazzo Fazio lo spettacolo "Full 'e Fools"

Sabato 30 marzo, alle 20,30, con replica domenica 31 marzo, alle 18,30, lo storico Palazzo Fazio di Capua ospiterà la compagnia "Crown Theater" con lo spettacolo "Full 'e Fools" di Paolo Romano. 

Nota di Regia

In un fazzoletto di terra, sotto un ponte stradale tra oggetti, rifiuti, letti e lenzuola di cartone, una Regina clochard, una Regina vagabonda, un Re barbone, un Re homeless e in fine un piccolo Re folle, si combinano per formare un'accoppiata vincente: il “full dei fool's.” Questi cinque emarginati nella loro diversità caratteriale, fisica, nella singolare esperienza di vita vissuta, incarnano in qualche modo quella tragedia che riverbera dai personaggi del mondo immaginativo shakespeariano, senza però palesarlo in modo evidente, per far sì che il carico drammatico rappresenti l'uomo e la sua storia in modo archetipale. I pensieri, che logorano l'animo, che lo lacerano, che hanno occupato con tutto il loro peso lo spazio della mente, prendono ora forma, suono, vita, dando voce come in una possessione, a reminiscenze dello spirito di Lady Macbeth, di Lavinia, di Re Lear, di Riccardo III, per una confessione catartico drammatica. Una partita a carte paventata ma mai giocata, diviene l'effetto scatenante di questa purificazione liberatoria, il pretesto per attivare nei personaggi dinamiche di psicologia introspettiva in una terapia di gruppo, dove a turno i quattro reietti confessano un vissuto carico di piccoli o grandi tragedie, drammi esistenziali e stati d'animo mai dichiarati, un flusso di coscienza che emerge in modo improvviso ed eruttivo. Quattro personaggi, come quattro carte francesi che palesano sul campo da gioco il loro valore, si alternano ignari di essere manovrati dal mazziere, da chi attacca bottone sul panno verde della scena, contaminati da una pazzia rivelatrice per mano di un piccolo fool, quel Discolo, o disco, o puck, che fa da jolly nel gruppo. Ma lo stesso ragazzino, il giullare manovratore che deforma le coscienze per riformarle, altro non è che un giovane embrione, la materia grezza da istruire, il Golem nelle mani di un messaggero di Dio ancor più folle, sceso da una macchina nella forma di un pacco caduto dall'alto.

E come nella migliore tradizione antica del teatro, il divino che scende a sorpresa con un marchingegno per districare l'ordito nella trama, il Deus ex machina, il manovratore occulto, irrompe in modo apparentemente casuale per portare luce nell'ombra e risolvere ciò che altrimenti non era risolvibile da parte dei protagonisti di questa scena umana. Darà chiarezza, senso e significato simbolico ad ogni oggetto manifesto, che possa essere un fiore, uno specchio, un coltello, uno scrigno. Nel loro sfogo verbale si evincerà lo stato di uomo o donna senza tetto, o nucleo familiare di riferimento, o lavoro, o attività redditizia, senza averi, se non oggetti trovati sul vasto campo di ricerca scavando nei materiali di scarto, loro stessi scarti di una società che si mostra respingente verso i più deboli e bisognosi. La disattenzione del nostro sistema sociale si tramuta il più delle volte in disinteresse verso chi convive con il proprio fantasma interiore, ed è questo stesso spettro ad auto legittimare la sua condizione, rifuggendo quel corpo ospite un tempo integro ed integrato, per ratificare una marginalità che lo allontana sempre più dal mondo della gente in vista. Il tempo scorre inesorabile mentre ci affanniamo a rincorrere i nostri obbiettivi, ciò per cui eravamo convinti di essere preposti, ciò che ci è stato inculcato dalla tenera età con dovizia maniacale, e quel riflettore sempre puntato su di noi diventa così forte da accecarci. Eppure continueremo a rincorrere l'inafferrabile a causa di ciò che non ci basta, con occhi sbarrati e con un velo di cecità incroceremo un'anima raminga senza avvertire la sua presenza, un uomo estraniato nell'ombra che grazie al nostro comune egoismo, raggiunge per diritto di investitura lo status di uomo invisibile. Il reietto diviene così l'aspetto negativo di questa cultura positivista, ma tra il gioco di luci ed ombre, il senso più che confondersi si fonde chiaramente. Non sempre ciò che riteniamo non idoneo alla nostra visione di progresso viene da noi facilmente eliminato, ed il faro della società che crediamo ci rischiari il cammino guidandoci come il sole più splendente, ci investe dando vita al nostro alter ego nell'ombra che produciamo, proiettiamo e calpestiamo. Ma in questa dualità, nelle facce di una stessa medaglia, si avverte lo strappo, la trazione che allontana le parti, che le tiene distanti pur non essendo recise e il non luogo di chi passa una notte all' addiaccio, sembra lontano dal caldo tepore di un letto, di chi riposa la sua esistenza tra le mura ed un tetto.

Nel nostro caso, più che un filo sottile ad unire le due differenti categorie umane, vi è un elastico teso, e più queste tendono ad distanziarsi, più l'estrema tensione le richiama verso il fulcro. L'incontro dell'umano nel teatro del mondo, avviene in questo caso specifico nel mondo del teatro e quella sottile linea di confine, la barriera posta dalla società e da noi stessi facenti parte della stessa, si riduce a golfo mistico, a quello spazio fisico tra platea e palcoscenico in un gioco a specchio tra le parti dove la riflessione fa emergere il dramma della condizione umana al di là delle classi e delle etichette.

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