Ucciso per errore dalla camorra: Salvini blocca il risarcimento ai familiari

Il giudice riconosce un diritto alla moglie ed alle figlie di Pasquale Pagano, il Viminale fa Appello contro la sentenza

Il Ministero dell'Interno fa ricorso

Giustizia dopo 27 anni, anzi no. Il Ministero dell'Interno, guidato dal vicepremier Matteo Salvini, ha proposto appello per la riforma della sentenza pronunciata dal giudice Ettore Favara, del tribunale di Roma, che aveva accolto il ricorso presentato dai familiari di Pasquale Pagano, ucciso dalla camorra nel 1992 per uno scambio di persona, riconoscendo il loro diritto all'elargizione di denaro come vittime innocenti della criminalità organizzata.

L'APPELLO DELLA VERGOGNA

La sentenza del giudice capitolino c'è stata circa un mese fa ma è stata resa nota solo in queste ore in seguito alla notifica dell'Appello da parte del Viminale che insiste nel negare un diritto alla moglie ed alle due figlie della vittima, Rossana e Romilda Pagano. Ad avviso del Ministero la richiesta di risarcimento, infatti, andrebbe respinta per la presenza di soggetti pregiudicati in famiglia tra cui il fratello della vittima, che ebbe problemi con la droga ben 12 anni dopo l'omicidio, e due cugini della vittima. Roba da fratello di Parascandolo, con rispetto parlando.

Comunque sia questi sono i motivi d'Appello presentati dal Viminale, rappresentato dall'Avvocatura di Stato. Una porcata se si considera che le figlie di Pagano - beneficiarie del risarcimento in questione - sono assolutamente estranee a qualsivoglia ambiente criminale, con la legge che prevede l'estensione del grado di parentela al quarto grado. Certo che con l'appello il Ministero dell'Interno guadagna, se non altro, un altro po' di tempo (dopo 27 anni).

IL GIUDICE BACCHETTA IL VIMINALE

Questioni, quelle alla base della richiesta di rigetto dell'istanza, che sono state aspramente censurate dal giudice Favara che, nelle motivazioni della sentenza ha sottolineato come: "In effetti la parentela - scrive il magistrato - non essendo il frutto di una scelta libera del soggetto, non può comportare, al di fuori delle ipotesi tassative previste dal legislatore, alcuna conseguenza negativa per il soggetto neppure in termini di presunzione. E ciò anche in considerazione dell'estrema difficoltà, per l'interessato, di ribaltare una simile presunzione, fornendo la prova negativa dell'inesistenza di rapporti anche criminali con i propri parenti e affini. Molto più ragionevole, pertanto, che tale onere sia addossato al ministero, il quale, attraverso i propri rilevanti mezzi di informazione - ad esempio mediante informative di polizia - ben può accertare l'esistenza in concreto di frequentazioni e rapporti criminali o l'inserimento in ambienti malavitosi, e non limitarsi - come avvenuto nel caso in esame - a riportare le risultanze del casellario giudiziario e dello stato di famiglia delle ricorrenti".

"E' una sentenza importante - commenta il legale della famiglia Pagano, Gianni Zara - se non si tutela la memoria delle vittime innocenti delle mafie, viene meno anche uno dei pilastri della giustizia e si rischia inoltre, di usare armi fin troppo spuntate contro la criminalità organizzata. Un errore che il Ministero dell'Interno non può permettersi".

L'OMICIDIO

Pasquale Pagano venne ucciso nel 1992 a Casapesenna. In un primo momento gli inquirenti ritennero che quel delitto fosse collegato alla faida di camorra in atto tra il gruppo Schiavone ed i De Falco. Solo successivamente si comprese come Pasquale Pagano, insieme all'altra vittima Paolo Coviello, vennero uccisi per uno scambio di persona. I veri obiettivi dei killer - tre dei quali sono stati condannati con sentenza passata in giudicato - erano Domenico Frascogna ed Alfredo Zara. Solo nel 2018 è arrivata la conferma della condanna in Cassazione. 

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