Condannato ed arrestato per terrorismo, i giudici lo rimettono in libertà

Accolta l'istanza del difensore: Guendoz potrà ricorrere in Cassazione. Fu coinvolto in una inchiesta dopo gli attentati dell'11 settembre negli Stati Uniti

Kamil Guendoz era stato condannato a 5 anni

Condannato a cinque anni di carcere per terrorismo ed arrestato, per questo, ad Aversa nel maggio scorso, viene rimesso in libertà. E’ la decisione adottata dai giudici su istanza dell’avvocato Giovanni Cantelli nei confronti di Kamal Guendoz, 53 anni, algerino. L’uomo era stato condannato in via definitiva per associazione con finalità di terrorismo, anche internazionale.

L’avvocato Cantelli, però, ha presentato istanza per ottenere la riapertura dei termini del ricorso per Cassazione contestando che, in seguito al decesso dell’ex avvocato incaricato dall’algerino, lo stesso fu giudicato con un difensore d’ufficio nominato dal tribunale. E che, dopo la sentenza, non c’è stata la possibilità di presentare ricorso per Cassazione. Istanza che è stata accolta e che dunque permetterà a Guendoz di poter andare al terzo grado di giudizio, oltretutto da cittadino libero. E’ stata infatti disposta la scarcerazione mancando il “presupposto di attualità del pericolo di reiterazione del reato”.

I fatti per cui è stato condannato Guendoz, infatti, risalgono ai giorni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre 2001: all’epoca gli accertamenti riguardarono l’esistenza di una rete logistica che forniva supporto ed armi al Fronte Islamico di Salvezza (F.I.S.) algerino, organizzazione attiva in Italia tra le province di Napoli, Caserta, Vicenza e Milano. La rete logistica prendeva il nome dal leader Djamel Lounici, un cittadino algerino che nel 1994, presso il Centro Islamico di Milano di Viale Jenner, si sposò con la figlia di uno degli elementi di spicco del F.I.S. Guendoz è ritenuto dagli inquirenti uno dei componenti dell’organizzazione e per questo motivo è stato condotto in carcere.


La rete si occupava inoltre di procurare documenti falsi agli integralisti che avevano intenzione di lasciare il territorio algerino oppure agli extracomunitari che, pur trovandosi già in Europa, ne facevano espressa richiesta. Gli introiti derivanti dalle attività illecite servivano a finanziare la struttura eversiva e sostenere le attività lecite ed illecite del F.I.S. in Algeria ed in Europa.

L’indagine aveva permesso di documentare l’operatività e le progettualità terroristiche degli indagati, nonostante le attività repressive compiute nei loro confronti; l’esistenza di altri soggetti presenti in Campania e altre regioni d’Italia organici alla medesima struttura eversiva, attiva sul territorio nazionale; la riconducibilità degli indagati al G.S.P.C. algerino (Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento); la disponibilità a sostenere logisticamente e operativamente i gruppi armati operanti in Algeria e prendere parte attiva alle azioni in quel Paese; la ricerca di armi e il procacciamento sistematico di documentazione falsificata a beneficio degli aderenti, nonché di coloro che ne fanno richiesta, a scopo di autofinanziamento; lo svolgimento di intensa attività di proselitismo, finalizzata a stimolare la comunità islamica ad aderire ai vari conflitti armati nel segno della jihad; l’immigrazione illegale in territorio italiano di militanti islamisti, deputati a mantenere i collegamenti con omologhi gruppi operanti in madrepatria ed in altri Stati europei.

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