I beni del killer Setola restano sotto chiave

La Cassazione conferma il sequestro ai parenti del boss. Una società a casa del fratello Pasquale

Giuseppe Setola

I beni del killer Giuseppe Setola e del fratello Pasquale restano sotto chiave. Così ha deciso la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione sul ricorso proposto da Pasquale ed Immacolata Setola, fratello e sorella del capo dell'ala stragista dei Casalesi, e da terze persone cui sarebbero stati intestati i beni del boss. 

I giudici della Corte romana hanno dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da Pasquale Setola, 54 anni di Casal di Principe; Giovanna Baldascino, 44enne di Caserta; Emilio Baldascino, 68enne di Grazzanise; Fortunata Baldascino, 46 anni di Casal di Principe; Lucia Baldascino, 47enne di Aversa; Elisa Caterino, 64enne di Casal di Principe; Giovanni Diana, 59enne di San Cipriano d'Aversa; Giuseppe Visone, 48enne di Casal di Principe; Mario Baldascino, 47 anni di Casal di Princpe; Immacolata Setola, 43enne di Casal di Principe; Massimiliano, Cipriano e Francesco Pagano, imprenditori. Rinviati di nuovo alla Corte d'Appello Lucia Caterino, Antonietta D'Aniello, Salvatore D'Aniello e Domenico Massaro per i quali la Corte d'Appello non si era espressa in precedenza.

L'APPARTAMENTO DELLA SORELLA DEL BOSS

Per quanto concerne la sorella del boss Immacolata Setola, e suo marito Mario Baldascino, i giudici hanno confermato come la "titolarità di un reddito complessivo appena sufficiente per la sopravvivenza loro e dei quattro figli si affianchi l'esito delle intercettazioni, risultando, così, dimostrata la provenienza dai Setola delle disponibilità finanziarie utilizzate per l'acquisizione dei beni confiscati, e quindi la riconducibilità dei beni stessi alla disponibilità dei proposti". Quanto alla confisca del fondo "acquistato per pochi denari", il decreto impugnato rimarca "il valore dell'immobile ivi edificato, pari ad 158.000 euro, che non consente di ritenerlo costruito "in economia" come sostenuto da Baldascino, a fronte di un reddito neppure sufficiente alla sopravvivenza familiare", concludono i giudici. 

IL BUSINESS DELLA GENERAL IMPIANTI

Tra le posizioni svisvcerate in sentenza ci sono poi quelle degli imprenditori Massimiliano, Cipriano e Francesco Pagano, per i quali "i beni confiscati agli stessi " sono stati "loro fittiziamente intestati, essendo, invece, nell'effettiva disponibilità di Pasquale Setola e quindi anche del fratello. In particolare sono state valorizzate le circostanze di tempo della cessione ai Pagano delle quote della General Impianti s.a.s., il contestuale acquisto da parte di detta società dell'impresa individuale Cipriano Pagano, il mantenimento della sede sociale presso l'abitazione di Pasquale Setola, la nomina del medesimo quale direttore tecnico, l'acquisto di due appartamenti del Setola da parte di Massimiliano Pagano con denaro della General Impianti attraverso operazioni alquanto confuse (si veda decreto impugnato : "che nemmeno i diretti interessati e i loro tecnici riescono a ricostruire e men che meno a documentare", esprimendosi "mediante il versamento, asserito, di 90 mila euro su 100 mila prima del rogito e senza ricevuta di alcun genere né stipula di contratto preliminare" e quindi attraverso "operazione in ogni caso frutto di collusione e palesemente addomesticata"), il tenore delle conversazioni intercettate concernenti le disposizioni impartite da Setola per la gestione dell'azienda in oggetto e gli accordi per l'acquisto di appartamenti di quest'ultimo". 

Ad avviso dei magistrati "il decreto impugnato argomenta, poi, compiutamente in ordine alla valutazione della consulenza tecnica di parte, ribadendo e rafforzando con ulteriori considerazioni di ordine logico la tesi della disponibilità in capo a Pasquale Setola, e quindi tramite lui al fratello, dei beni formalmente intestati ai Pagano e della funzionalità dell'intera operazione a consentire di mutare la ragione sociale della attività a Pasquale Setola il quale, come evidenziato dal decreto impugnato, fortemente preoccupato per un fermo di polizia giudiziaria patito tre mesi prima della cessione, non avrebbe avuto alcun interesse a vendere a basso prezzo a Cipriano Pagano la General Impianti, essendo, a detta degli stessi Pagano, un buon impiantista oltre che proprietario delle certificazioni, soprattutto per poi continuare ad operare come responsabile tecnico, alle dipendenze di Cipriano Pagano, se non quello di sottrarre i propri beni al rischio di ablazione, continuandoli a gestire di fatto, come evidenziato soprattutto dalle intercettazioni".

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