Schiaffi al pedofilo "fidanzato" con una 13enne, condannati 2 fratelli

Un anno e 6 mesi inflitti ad un poliziotto ed un cancelliere del tribunale

Il litigio avvenne in un bar

Preoccuparsi per una figlia di 13 anni, vittima di un pedofilo, è costata una condanna per due fratelli, Giovanni D.G, poliziotto, e Paolo D.G., funzionario del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il giudice Giovanni Caparco ha inflitto 1 anno e 6 mesi di reclusione a testa per i due, accusati di lesioni e sequestro di persona.

I fatti di cui al processo si sono verificati nella città del Foro nel 2015 quando i due fratelli erano venuti a conoscenza della relazione amorosa tra l'uomo, Giuseppe P., 28enne di Carinola, e la figlia della compagna del poliziotto di circa 13 anni. A quel punto i due fratelli riuscirono ad intercettarlo nei pressi del bar Morico, vicino alla casa dove abitava il professore di Matematica dove la ragazzina andava a ripetizione. 

Giunti sul posto videro l'uomo. A quel punto lo bloccarono. La rabbia era tanta e non riuscirono a trattenerla colpendolo con qualche schiaffo. 

Successivamente, però, Giuseppe P. andò al Pinetagrande dove si fece refertare per l'aggressione subita. Per i due fratelli, difesi dagli avvocati Paolo Di Furia e Vittorio Giaquinto, il processo è andato avanti fino alla condanna di ieri. Assolto, invece, il padre dei due, ex poliziotto in pensione, anch'egli finito sotto processo per le stesse accuse.  

LA VERSIONE DELLA VITTIMA

Secondo quanto rappresentato dall'avvocato Marco Pagliaro, che ha assistito il giovane di Carinola costituitosi parte civile al processo, ad innescare il procedimento che si è concluso martedì nasce proprio dalla autodenuncia del ragazzo, poi condannato per atti sessuali con minorenne e che sta scontando la sua pena. Nei giorni successivi all'autodenuncia anche la 13enne denunciò il giovane, istigata dai genitori. Il giorno successivo la denuncia della ragazza si sono verificati i fatti. 

Dagli atti processuali emergerebbe una premeditazione di quella che al giudice Caparco è apparsa come una vera e propria "spedizione punitiva". Ci sarebbe stato un fitto scambio telefonico tra i tre imputati e la madre della giovane a precedere il pestaggio avvenuto successivamente.

Giuseppe P. si era recato a Santa Maria Capua Vetere, in compagnia di due amici, per acquistare delle scarpe quando venne intercettato dal compagno della mamma della ragazza, poliziotto, e dal cancelliere del tribunale sammaritano, che erano in compagnia del loro padre (assolto) e di una quarta persona, tale Mimmo, allo stato non identificato. Il ragazzo sarebbe stato ammanettato e trascinato nel bar, dove venne percosso. Nel frattempo giunsero sul posto i carabinieri che immotivatamente lo condussero in caserma, secondo quanto emerso in dibattimento.

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Nelle ore successive il giovane contattò il suo avvocato dell'epoca, Alfredo Corea, che chiamato sul banco dei testimoni ha confermato di essere andato a prendere Giuseppe P. fuori la stazione dei carabinieri e che lo trovò con il volto tumefatto. Dopo due giorni il ragazzo si recò all'ospedale Pinetagrande per farsi refertare. 

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