Rapina in gioielleria, incastrato da un'impronta digitale 9 anni dopo

La Cassazione ha confermato la condanna per un 43enne

Incastrato da un'impronta digitale lasciata in vetrina ben nove anni dopo aver commesso una rapina in una gioielleria di San Marcellino. Questa la vicenda di Antonio M., napoletano di 43 anni, che si è visto confermare dalla Cassazione la sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d'Appello di Napoli.

Il raid in gioielleria avvenne il 13 settembre 1999. Nel corso delle indagini effettuate per la commissione del reato era stata rilevata una impronta di parte di un palmo di una mano sulla parte esterna dell'anta di una vetrina espositore dalla quale erano stati sottratti dei gioielli. I primi accertamenti avevano dato esito negativo finché, circa nove anni dopo, l'impronta non risultava coincidente con quella acquisita nel 2005 dalla stazione carabinieri di Aversa, quando il 43enne era stato foto-segnalato.

Per i giudici della Suprema Corte l'impronta rappresenta una prova attendibile sulla presenza dell'imputato nel luogo del delitto nel giorno della rapina. Tra l'altro avrebbe dovuto essere agli arresti domiciliari. Per questo motivo il ricorso dell'uomo è stato respinto dalla Corte di Cassazione con la conseguente conferma della condanna.

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