Gli appalti dei Casalesi, condannati 2 ‘alleati’ di Nicola Schiavone

La Cassazione concede solo uno piccolo sconto a D’Aniello

Nicola Schiavone, figlio di Sandokan

Sono divenute definitive le condanne per Michele D’Aniello, 40 anni di Casal di Principe, e Giuseppe Misso, 50 anni di San Cipriano d’Aversa, coinvolti nel processo Normandia che ha svelato l’interferenza del clan dei Casalesi negli appalti pubblici nei comuni di Piana Di Monte Verna, Casal di Principe e Pietravairano. Un’inchiesta che portò alla condanna, tra gli altri, anche di Nicola Schiavone (figlio del capoclan Francesco Schiavone Sandokan) che da poco meno di un anno ha iniziato a collaborare con la giustizia.

L’ultimo atto del processo per i due imputati è stato il ricorso in Cassazione, che proprio negli ultimi giorni ha reso note le motivazioni. Accolto in parte solo il ricorso di D’Aniello, al quale sono stati depennati 6 mesi di carcere per un capo di imputazione che è stato cancellato (condannata definitiva ad 8 anni), mentre è stato rigettato in toto quello per Misso (condanna a 6 anni e mille euro di multa). Il primo rispondeva dei reati di associazione camorristica e turbativa d’asta; il secondo di estorsione e tentata estorsione. 

L’inchiesta ha svelato l’operatività nel settore degli appalti pubblici del clan camorristico casalese, facente capo a Nicola Schiavone, classe '79, e della sua “pervasiva azione illecita, primariamente affidata a Nicola Schiavone, classe '78, sulla base di una vera e propria investitura da parte del preminente cugino, che alla fine del 2004 aveva trovato un accordo anche con l'ala dei sanciprianesi, facente capo a Antonio Iovine, ma nel settore operativamente rappresentata da Vincenzo Della Volpe”.

Secondo i giudici della Cassazione “con specifico riguardo alla posizione del D'Aniello, deve rilevarsi che sulla base di una tutt'altro che illogica valutazione del dato probatorio, di volta in volta richiamato, sono state individuate le modalità della sua partecipazione ai reati contestati e sono state indicate le ragioni sulla cui base è stata affermata, con riguardo alle relative gare, la compiacente e rilevante azione di soggetti appartenenti alle amministrazioni interessate”.

“D’Aniello - si legge nelle motivazioni - consapevole del quadro associativo di riferimento, ha partecipato alle condotte illecite con la prospettiva di entrare nel turno dei possibili aggiudicatari, ed ha dunque a mano a mano procurato buste di appoggio, anche intestate a terzi, in relazione alle varie gare oggetto delle imputazioni” ed ha “comunque collaborato alla predisposizione delle offerte” presentando “anche un'offerta riferibile ad impresa del fratello, nel primo caso risultata aggiudicataria” dando così “un contributo per l'avvicinamento dei potenziali concorrenti, con la piena consapevolezza dell'azione intimidatoria che Nicola Schiavone, classe '78, avrebbe posto in essere, anche dando conto dell'evocativo cognome e della zona di provenienza”. Ed è proprio su queste basi che il ricorso viene respinto, tranne per il capo di imputazione relativo ai lavori per la fontana del Frumale, dove le ditte rimaste in gara, “tutte facenti capo allo stesso cartello, vennero escluse per la mancanza di un documento indispensabile”. E per gli ermellini non è da ritenere giusto, così come effettuato dalla Corte d’Appello, la modifica del capo di imputazione (da turbativa d’asta a tentata turbativa) sentenziando per la cancellazione di 6 mesi della pena. 

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