Omicidio di camorra, 50 anni di carcere per 2 imputati

Confermata la sentenza d'Appello. L'agguato dei sicari di Bidognetti

Trentasei anni per mettere la parola fine ad uno dei tanti omicidio firmati dal clan dei Casalesi. E’ questo il tempo che è servito alla giustizia per chiedere definitivamente il cerchio sul delitto di Domenico Motti, ammazzato il 31 agosto 1993 a Carinaro in un agguato a cui hanno preso parte i killer dell’ala di Francesco Bidognetti. L’ultima sentenza è stata emessa nelle scorse settimane a carico di Luigi Coscione, 47 anni di Aversa, e Giuseppe Cristofaro, 70 anni di Lusciano, per i quali la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati confermando le pene a 20 e 30 anni di carcere per l’omicidio. 

Nei giorni scorsi sono state rese note le motivazioni degli ermellini, dove si legge: “La positiva valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori Francesco Della Corte e Francesco Cantone, chiamanti in correità per scienza diretta, si appalesa incensurabile in questa sede”. Infatti, spiegano, “le dichiarazioni sono state accuratamente vagliate ed esaminate anche dalla Corte territoriale: riproponendo il giudizio di attendibilità dei dichiaranti, i giudici di appello hanno valutato considerandola sussistente l'affidabilità soggettiva dei medesimi, sulla scorta della loro rispettiva personalità, del loro passato, anche criminale (entrambi già affiliati al clan dei Casalesi e specificamente inseriti nell'ala governata da Bidognetti), dei loro rapporti con i due accusati, anch'essi pienamente incardinati nello stesso feroce sodalizio e condannati, fra l'altro, per l'omicidio di altro soggetto, Aldo De Simone, fratello del collaboratore di giustizia Dario De Simone, affidabilità resa più solida dall'avvenuto accertamento dell'esistenza del clan dei Casalesi a cui entrambi erano affiliati”. 

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Per gli ermellini sono fondamentali “la circostanza che anche la vittima era di fatto appartenente al clan dei Casalesi; la circostanza dell'impiego nell'omicidio di pistola cal. 7,65; la circostanza che Motti era stato rinvenuto cadavere in una Fiat Uno, in una strada interpoderale di Carinaro, vicino allo svincolo della superstrada Nola - Villa Literno; la circostanza che anche Coscione, il coimputato chiamante in correità, era appartenente al clan dei Casalesi. In tale ultima direzione, invero, ai ricordati elementi i giudici di appello hanno affiancato l'ulteriore, importante elemento costituito dal riscontro individualizzante costituito dalla chiamata in correità a carico degli altri imputati, fra cui Cristofaro, fatta dal medesimo Luigi Coscione, maturata, a sua volta, in virtù di dichiarazioni, oltre che anche autoaccusatorie, specificamente accusatorie degli imputati, con la descrizione precisa del ruolo svolto da ciascuno di loro: per quanto concerneva, in particolare, Cristofaro, questi era stato espressamente designato da Bidognetti come colui che, con De Vito, avrebbe procurato l'autovettura da impiegare nell'azione omicidiaria, autovettura che, sempre insieme a De Vivo, Cristofaro aveva effettivamente procurata, poi consegnata ai sicari e, dopo la perpetrazione del delitto, a lui riconsegnata dai sicari, in uno alla comunicazione dell'avvenuta eliminazione di Motti”.

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