L'indebolimento dei Bidognetti e l'ascesa della mafia nigeriana

Cresce il potere del gruppo africano degli Eiye sul litorale domizio: spaccio di droga, prostituzione ma anche le estorsioni

La prostituzione rappresenta uno dei business della mafia nigeriana

Struzzi, usignoli, aquile, pappagalli, picchi e colombe. Sono questi i nomi in codice per indicare il ruolo all'interno della cosca criminale utilizzati dalla Supreme Eiye Confraternity, il cult della mafia nigeriana operativa a Castel Volturno, che con l'indebolimento del clan Bidognetti dei Casalesi ha assunto una posizione dominante sul litorale domizio operando non solo nello sfruttamento della prostituzione e nello spaccio di droga ma anche in altri settori, come quello delle estorsioni.

LA EIYE CONFRATERNITY

E' quanto emerge dalla relazione semestrale della Dia che dedica alla mafia nigeriana, attiva in varie zone d'Italia, un ampio focus. Il sodalizio che agisce a Castel Volturno nasce dalla scissione interna di un altro gruppo criminale, la Black Axe Confraternity, ed i suoi affiliati (i bird) usano come simbolo l'Akalamagbo, un uccello mitologico raffigurato su uno sfondo azzurro nell'atto di catturare una preda. La struttura degli Eiye è di tipo piramidale. Al vertice della struttura nazionale, l'Aviary (la voliera), c'è un capo, il World Ibaka. Fanno capo alla voliera le strutture provinciali, i nest (nidi) guidati dal Flying Ibaka. Poi ci sono l'Ostrich (lo struzzo), vice dell'ibaka; il nightingale, l'usignolo, segretario durante le riunioni del consiglio degli ibaka e che si occupa della sicurezza degli associati; l'eagle, l'aquila, il capo dei picchiatori; il woodpecker, il picchio, che è il tesoriere del clan; il parrot, il pappagallo, che avvisa gli affiliati delle riuinioni dell'esxo, cioè l'assemblea generale dei membri del nest; il dove, la colomba, che ha il compito di osservare quello che accade all'interno ed all'esterno del nest riferendolo al capo; il flying commandant, il comandante di volo, responsabile dell'organizzazione degli eventi del direttivo.

LA MAFIA NIGERIANA A CASTEL VOLTURNO

Nella zona di Castel Volturno, riferisce la Dia, già da almeno 3 decenni si assiste alla coesistenza tra gruppi camorristici, in particolare il clan dei Casalesi, e la criminalità nigeriana. "Quest’ultima è riuscita ad imprimere a quel territorio - già di per sé connotato da forti criticità - l’immagine, anche a livello mediatico, di una sorta di free zone - quale punto nevralgico dei traffici internazionali di droga e della massiva gestione della prostituzione su strada - favorita, nel tempo, anche dalla disponibilità alloggiativa, talvolta abusiva, da parte di proprietari del posto senza scrupoli", si legge nella relazione. Una coesistenza che non è stata indolore come dimostrano episodi violenti come la "Strage di Pescopagano" da parte del clan La Torre del 1990, in cui rimasero uccisi 4 cittadini extracomunitari.

DROGA, PROSTITUZIONE ED ESTORSIONI

Nel corso degli anni diverse sono state le inchieste che hanno mostrato l'operatività e la pericolosità della mafia nigeriana come l'inchiesta Restore Freedom, che portò a 32 arresti tra cui 19 donne, sul traffico di donne da destinare alla prostituzione. "Venendo ai nostri giorni si può affermare, per l’area domitiana, che il ridimensionamento del clan Bidognetti su quel territorio ha lasciato spazi di manovra alle organizzazioni mafiose di matrice nigeriana che non solo gestiscono il traffico di stupefacenti, ma anche la tratta di esseri umani, da avviare alla prostituzione, mediante gravissime forme di intimidazione".

In particolare, scrive la Dia, "detti sodalizi, che hanno acquisito il controllo di alcuni tratti del litorale domitio, alla pari delle mafie locali, alle quali non sono legate più da alcun rapporto di sottomissione, operino in settori non più limitati al traffico di stupefacenti ma estendano la loro attività alle estorsioni, allo sfruttamento della prostituzione, al favoreggiamento della immigrazione clandestina ed al traffico di esseri umani, iniziando anche ad esercitare la loro capacità di intimidazione e di assoggettamento anche verso soggetti autoctoni".

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