Professionista si ritrova il conto pignorato per un errore. Ma l'odissea non è ancora finita

Da quasi un mese senza soldi per un liquidatore al quale è stato notificato un atto relativo ad una società che aveva in gestione

Ci sono molti buchi neri – come si dice normalmente nelle indagini per un delitto -  in questa vicenda,  che ha visto protagonista un libero professionista trascorrere ore drammatiche di kafkiana memoria, facendolo piombare sul lastrico  nella più tetra disperazione, senza aiuti di chicchessia e letteralmente  - da un momento all’altro – senza la croce di un quattrino - che dovranno essere chiariti, in uno alle rispettive responsabilità,  nei due giudizi che ne seguiranno. Uno per opposizione (già in atto) e l’altro per gli ingenti danni morali e materiali.

Chi sono i protagonisti in negativo di questa odissea? Il primo: un distratto impiegato prima dell’Equitalia e poi dell’Agenzie delle Entrate Riscossione. Il secondo: il funzionario dell’ufficio legale di una banca privata. Il terzo: una leggiadra donzella, nelle vesti di commercialista-tributarista, che ha avuto mandato e denari per presentare un ricorso e non lo ha fatto. Chi dei tre ha commesso il reato con dolo? Vedremo in seguito.  

Il 15 luglio del 2019, nell’effettuare una operazione di Bancomat il professionista T.F. da Santa Maria Capua Vetere, con studio a Caserta, titolare del conto presso una banca privata del Capoluogo scopriva che lo stesso era bloccato. Recatosi nella filiale tutti i funzionari interpellati adducevano varie scuse; il malcapitato veniva in sintesi “mandato a comprare il sale”. Recatosi il giorno successivo nella sede della Filiale di Caserta un funzionario su sua insistenza finalmente inoltrava una segnalazione alla direzione perché risultava un blocco ma non si sapeva né da chi né perché. 

Oltre allo stress da burocrazia, che dovrà essere rivendicato, in uno agli altri danni morali e materiali, come ha già fatto, con la opposizione all’esecuzione, l’avvocato Antonio Cassino, legale di fiducia del professionista, che ha presentato istanza al giudice dell’esecuzione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere  per la revoca del pignoramento, si aggiungeva il panico dello stesso,  perché su quel conto veniva accreditata, ogni mese, la sua pensione (erogata dall’Inps) di ex funzionario del Ministero della Giustizia e sullo stesso conto erano convogliate tutte le utenze necessarie alla sopravvivenza (Telefono, Telepass, Tv, Rid…) –
Il 16 luglio giungeva al malcapitato una mail di Telepass con la quale veniva revocato il contratto da parte di Depobank spa, “con motivazioni non note allo scrivente” (cioè al Telepass).  Il ridicolo si realizzava però il 17 luglio allorquando arrivava un ulteriore accredito sul conto già bloccato con il rituale SmS.

Il 19 luglio l’avvocato per conto della “vittima” inconsapevole inoltrava alla Direzione Generale della banca a Milano – una missiva per chiarimenti. La Banca rispondeva che c’era stato un pignoramento da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione di Caserta -  ma che per la pensione avrebbe potuto facilmente ritirarla a Caserta, oppure indicare un Iban sul quale accreditarla.
Nel frattempo T.F. si recava presso la Filiale di Caserta per incassare la pensione – così come evidenziato nella missiva della direzione – ma i funzionari della Filiale del Capoluogo si rifiutavano di adempiere; al che lo stesso era costretto ad optare per la soluzione di comunicare altro Iban.  

Nel frattempo il pignoramento aveva  provocato  l’immediata revoca del Telepass. Quindi, T.F.  si recava al punto Blu e consegnava il vecchio Telepass e chiedeva di aprire altro contratto, con altro conto Bancario, ma il funzionario dichiarava che il sistema informatico non consentiva a vita a  T.F. di usufruire di un apparecchio Telepass a lui intestato. Gli veniva intanto bloccata anche l’American Express e le altre carte. Il 31 luglio per posta gli veniva notificato un atto di pignoramento e la vicenda avvolta nel mistero diveniva più chiara ma assurda e singolare. Ma per capire meglio dobbiamo fare un passo indietro.

Il 22 novembre del 2018 al professionista era stato notificato un atto dall’Agenzia delle Entrate Riscossione, per una somma di 148.767.03 euro, ma il destinatario, dopo averlo portato alla commercialista-tributarista  - che ha uno studio avviato a Caserta - che curava gli atti di una società, si sentì rispondere che la cosa riguardava la società e che lui essendo semplicemente liquidatore a far data  dal dicembre del 2017, all’ottobre del 2018, non ne rispondeva assolutamente; che infine, l’Ufficio Riscossione non poteva procedere né contro F.T. né contro la società essendo stata la stessa cancellata dalla Camera di Commercio il 7 dicembre del 2017 (e cioè quasi un anno prima che l’Ufficio Riscossione procedesse al pegno)  e che il tributo riguardava l’anno 2015. Ma la zelante e scrupolosa commercialista-tributarista si faceva rilasciare lo stesso il mandato dal liquidatore per poter procedere al ricorso contro l’accertamento.   

Invece, il distratto impiegato dell’Agenzia delle Entrare Sez. Riscossione ha posto il codice fiscale del liquidatore invece di quello della società e il pegno è stato fatto in danno del professionista. A lui, al malcapitato, resterà per sempre la macchia di iscritto nella lista nera dei pagatori. E’ come se fosse stato arrestato, processato e assolto. Ma nella mente della gente resterà per sempre solo la notizia del suo arresto.

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