Il cugino del boss-pentito condannato. “Lo ha aiutato anche durante la latitanza”

Carcere definitivo per Caterino ed altri 3 imputati. Ecco le motivazioni

L'ex capoclan dei Casalesi Antonio Iovine, oggi pentito

Per anni aveva ‘campato’ grazie a quella ‘parentela pesante’, ma alla fine è stata proprio quella che l’ha inguaiato. La Corte di Cassazione ha, infatti, respinto l’ultimo ricorso degli avvocati di Renato Caterino, imprenditore di San Cipriano d’Aversa, cugino del boss pentito Antonio Iovine ‘o Ninno, ex capo dei Casalesi. E dalle motivazioni a supporto della sentenza emerge chiaramente quanto siano state “pesanti” le parole dell’ex capoclan nel quadro totale dell’inchiesta che ha portato alle condanne e che ha toccato anche pezzi della pubblica amministrazione e della politica di Villa di Briano. Con Caterino sono state certificate anche le condanne di Nicola Coppola ed Antonio Cerullo di San Cipriano, e Paolo Natale di Casal di Principe. In totale sono stati condannati ad una pena complessiva di quasi 25 anni, per le accuse che vanno, a vario titolo, dall’associazione camorristica alla estorsione.

Ma è proprio sulla posizione di Renato Caterino che emergono le cose più interessanti. “I giudici del merito - scrivono gli ermellini della Quinta Sezione della Cassazione - hanno valorizzato in primis le dichiarazioni dello stesso Antonio Iovine, cugino del giudicabile, che lo aveva definito imprenditore del clan, aggiungendo che da lui aveva ricevuto appoggio durante la latitanza, affermazione coerente con gli accertati incontri tra i due, che lo stesso Caterino aveva riferito nei suoi interrogatori; il capo del sodalizio aveva precisato come l'attuale imputato avesse, altresì, svolto attività di intermediazione per l'acquisto di un bazooka da un gruppo di trafficanti d'armi, affidandogli anche 20mila euro per l'acquisto, poi non concluso”.

Ed aggiungono: “A conforto delle propalazioni di Iovine sono state citate le informazioni provenienti da altri due collaboranti, come Augusto La Torre, vertice dell'omonimo gruppo attivo in Mondragone, che aveva riferito dell'attività di favoreggiamento della latitanza di Iovine da parte dell'attuale giudicabile, e quelle di tale Salvatore Venosa, definito uomo di spicco del sodalizio dei Casalesi, che aveva dichiarato che Caterino Renato era favorito dall'organizzazione nell'assegnazione di lavori pubblici, così confermando la qualità di imprenditore del clan, di cui aveva già parlato lo stesso Iovine. Il percorso argomentativo dei Giudici territoriali è stato arricchito e completato dai precisi riferimenti ad una pluralità di conversazioni telefoniche - puntualmente indicate e sintetizzate alle pagine da 15 a 17 della sentenza - dal cui contenuto emergeva chiaramente la vicinanza dell'imputato, in qualità di imprenditore, a Antonio Iovine e le sue pressioni sui funzionari comunali per ottenerne informazioni riservate sulle gare d'appalto, nonché la sua frequente partecipazione a tali procedure truccate; l'assiduità nel prendere parte a gare manipolate, peraltro, produceva lo scontento degli altri imprenditori pure affiliati, a causa della cattiva abitudine di Caterino di non ricambiare i favoritismi ricevuti nell'assegnazione dei lavori”.

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