Camorra ed estorsioni, condanne definitive per 12. Respinti i ricorsi dei D'Albenzio

La Corte di Cassazione rende note le motivazioni. "L'imprenditore vittima col passare del tempo conferma le prove emerse durante le indagini. La sua testimonianza non può essere riletta"

Giorgio e Clemente D'Albenzio

Ricorsi rigettati e condanne confermate. Si è chiuso così il processo a carico del gruppo criminale di Maddaloni guidato da Clemente e Giorgio D'Albenzio, che si sono visti confermare la condanna insieme con Angelo De Matteo, Antonio Esposito, Michele Ferraro, Vincenzo Ferraro, Vittorio Emanuele Franceschetti, Pasquale Magliocca, Arcangelo Maietta, Pasquale Nuzzo, Salouh Briouk, Giuseppe Ciardiello. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, plurime condotte estorsive, reati inerenti le armi, associazione per delinquere finalizzata all’acquisto, alla detenzione ed allo spaccio di sostanze stupefacenti del tipo hashish.

Nei giorni scorsi, la Corte di Cassazione ha reso note le motivazioni con le quali ha respinto i ricorsi degli imputati, confermando le condanne comminate in Appello a carico di Briouk Salouh 5 anni, Giuseppe Ciardiello 10 anni, Clemente D’Albenzio 4 anni e 6 mesi, Giorgio D’Albenzio 10 anni, Angelo De Matteo 4 anni e 8 mesi, Antonio Esposito 4 anni e 6 mesi, Michele Ferraro 8 anni, Vincenzo Ferraro 4 anni e 6 mesi, Vittorio Franceschetti 6 anni e 6 mesi, Arcangelo Magliocca 16 anni; Arcangelo Maietta 6 anni; Pasquale Nuzzo 12 anni ed 8 mesi.

Secondo i giudici della Cassazione i ricorsi presentati dagli avvocati difensori non bastano per riaprire il processo e rispedire gli atti in Corte d'Appello. In particolare, con riferimento alle posizioni di Clemente e Giorgio D'Albenzio, sottolineano come il tentativo di deligittimare l'imprenditore vittima della estorisone sulla base di una reticenza iniziale nei confronti degli inqurienti, non può essere considerato sulla base delle dichiarazioni successive rese dalla vittima, a cui vanno collegate anche le propalazioni del pentito Lombardi che lo aveva indicato come imprenditore costretto a pagare il pizzo.

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"Le censure mosse nel ricorso - scrivono gli ermellini - ponendo al centro dei ragionamenti seguiti dai giudici di merito soltanto le dichiarazioni rese da Valentino, trascurano del tutto le conversazioni intercettate il 29 ottobre 2010 e il 13 novembre 2010 che, come ancora rappresentato nella sentenza di appello, danno contezza della posizione di Valentino di vittima "storica" di condotte estorsive del clan, con il coinvolgimento in esse, fra gli altri, di D'Albenzio Giorgio e Andrea e di Ferraro. Proprio partendo dal confronto con queste risultanze, rese note a Valentino solo nel corso dell'audizione in data 11 dicembre 2012, i giudici di merito hanno verificato il contributo di tale dichiarante, sotto il profilo non solo della certezza della sua posizione di vittima delle estorsioni del clan, ma anche dell'attendibilità della sua apertura, derivando essa non già dalla necessità di accreditarsi come persona offesa per sfuggire ad accuse di collusione con il clan (da cui lo stesso comunque è stato assolto), ma dalla faticosa acquisizione, con il passare del tempo, della consapevolezza dell'impossibilità di negare alcun risvolto dei fatti".

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