Lettere con pressioni ad un medico, il figlio del boss resta al 41 bis

La Cassazione respinge il ricorso di Ligato e conferma il carcere duro

Pietro Ligato

Pietro Ligato resta al 41 bis. Così ha disposto la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dal figlio del boss di Pignataro Maggiore, Raffaele Ligato, che aveva impugnato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma del luglio 2017 con cui il periodo di carcere duro era stato prorogato per due anni.

I giudici della Suprema Corte hanno confermato la decisione del magistrato di sorveglianza che nella propria sentenza aveva illustrato come "il clan «Lubrano Ligato», con forti connotazioni di natura fannilistica come evidenziato dal qualificato inserimento degli stretti congiunti del ricorrente, una volta resosi autonomo dal ramificato cartello dei «casalesi», non aveva potuto fare a meno di mantenere contatti con lo stesso per il necessario coordinamento di variegate iniziative delittuose".

Inoltre i "provvedimenti giudiziari che non solo avevano evidenziato come lo stato di detenzione dei vertici dell'organizzazione non avesse in passato impedito i loro contatti con l'esterno in ambito associativo, ma anche avevano richiamato recenti misure cautelari e di prevenzione nei confronti di esponenti a vario titolo legati al «clan dei casalesi»". Infine i giudici hanno posto l'accento anche "sull'ingiustificato tenore di vita dei familiari".

Nella sentenza degli Ermellini, inoltre, si sottolinea come la pericolosità di Ligato non sia esaurita ma che anche nel periodo di detenzione Ligato avrebbe mantenuto rapporti con l'esterno. A testimonianza di ciò ci sono diverse lettere trattenute dalla polizia penitenziaria, tra cui anche una "contenente la richiesta di pressioni ad un perito medico", scrivono ancora i giudici.

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