Campi di lavoro come lager, blitz della finanza contro caporali e imprenditori

Inchiesta della Procura sullo sfruttamento dei braccianti nelle aziende di Mondragone

Il gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto nella giornata di lunedì la misura cautelare personale degli arresti domiciliari nei confronti di R.A.F., 35enne di nazionalità rumena, e dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti dei due ucraini G.A., 34 annni, e L.O., 53 anni, in quanto gravemente indiziati del delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (il cosiddetto "caporalato").

I provvedimenti fanno seguito al fermo di indiziato di delitto già disposto dalla Procura nei confronti di tutti e tre gli indagati ed eseguito il 2 novembre dai finanzieri della Compagnia di Mondragone. Le misure restrittive della libertà personale rappresentano un ulteriore esito della prolungata indagine - diretta dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere - che lo scorso 9 ottobre ha già portato ad analogo provvedimento di fermo, per i medesimi reati, nei confronti di un cittadino tunisino, M.M, 49 anni, e della sua compagna di nazionalità ucraina, S.N., 49 anni.

Il caporale e i suoi ‘aiutanti’

In particolare la misura degli arresti domiciliari nei confronti R.F.A. è stata ora disposta all'esito delle indagini che hanno consentito di individuarne il ruolo di "caporale" operante sul territorio di Mondragone, quale intermediario e reclutatore di manodopera destinata al lavoro presso terzi, per una media di oltre 20 lavoratori per giornata lavorativa, mentre l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria è stato disposto nei confronti degli altri due indagati in quanto accusati di aver coadiuvato il primo espletando, per suo conto, attività di reclutamento, trasporto dei lavoratori e vigilanza sui campi.

Il reclutamento delle braccianti

Le attività d'indagine hanno dimostrato infatti come gli indagati reclutavano forza lavoro in maniera organizzata e continuativa, per la maggior parte braccianti agricoli di sesso femminile che mettevano a disposizione di aziende agricole con le quali avevano istaurato un vero e proprio rapporto di durevole e fidelizzata collaborazione.

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Lo sfruttamento delle vittime

Dagli esiti delle attività di intercettazioni e dalle fonti dichiarative emergeva, in particolare, la sussistenza di numerosi indici rilevatori sia dello sfruttamento che dello stato di bisogno delle vittime, in particolare: l'impiego dei lavoratori senza la stipula di alcun contratto di lavoro; retribuzioni ben al di sotto degli standard dei contratti collettivi di riferimento; l'impiego dei lavoratori secondo turai massacranti, che si protraevano dalle prime luci dell'alba fino al tardo pomeriggio; il mancato riconoscimento ai lavoratori reclutati di qualsivoglia maggiorazione per il lavoro straordinario, notturno o festivo; l'impiego dei lavoratori in prestazioni eseguite all'interno di serre, in condizioni quindi disagiate, per orari superiori ai limiti previsti, lavori, secondo norma, qualificati disagiati, nocivi e pericolosi; lo scomputo dalla retribuzione, già inferiore al dovuto, di spese forfettarie per il trasporto e per il compenso spettante al caporale per il reclutamento e l'intermediazione con il proprietario terriero; l'attuazione di metodi di sorveglianza e di condizioni di lavoro degradanti, attraverso il controllo costante, anche della quantità di prodotti raccolti dalle singole squadre e la pretesa di una quantità minima di raccolto;  il divieto per i lavoratori di ogni possibilità di comunicazione tra loro, senza le necessario pause di riposo e la possibilità di utilizzo di idonei servizi igienici; l'impiego dei lavoratori in violazione ad ogni norma in materia di sicurezza, non garantendo loro alcun dispositivo di protezione individuale; lo svolgimento dell'attività anche in condizioni meteorologiche estreme, come nel caso del 29 ottobre 2018, giornata caratterizzato da fenomeni temporaleschi di forte intensità e da venti molto forti.

Le denunce dei braccianti e il ruolo delle aziende agricole

In tale contesto, sebbene intimiditi e impauriti, alcuni di loro hanno fornito preziose indicazioni circa alcuni dettagli dell'accordo illecito con il caporale, confermando quanto già emerso a seguito delle attività d'intercettazione operate. Dai riscontri effettuati nel corso delle investigazioni è emersa dunque un'attività illecita organizzata dai caporali nei minimi dettagli, "completamente in nero", con un modello delinquenziale ormai stabilizzato che, potendo contare su una continua e sistematica domanda da parte di alcune fidelizzate aziende agricole committenti, reclutavano in punti prestabiliti di raccolta, lavoratori stranieri, per lo più ucraini e moldavi, in numero mediamente superiori alle venti persone, trasportate sui luoghi di lavoro stipati in furgoni del tutto inadeguati con grave rischio anche per l'incolumità personale.

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Gli imprenditori indagati

In particolare nel corso delle indagini è emerso che il caporale, pur risultando formalmente assunto a tempo indeterminato come operaio presso un'azienda di commercio all'ingrosso di frutta e ortaggi freschi, svolgeva l'illecita attività avvalendosi dell'apporto prestato dagli altri due soggetti, che, oltre a reclutare manovalanza, svolgevano compiti di autisti e capi squadra, provvedendo al materiale trasporto degli operai presso i fondi, nonché al controllo sui lavoratori. In concorso con i caporali, sono stati indagati anche due committenti, B.A., 60 anni di Mondragone, e C.S., 57 anni di Formia (LT), titolari di aziende agricole che hanno a loro volta beneficiato di tale sistema illecito per abbattere drasticamente i costi della raccolta. Sono ancora in corso le indagini nei confronti di altri committenti ed utilizzatori della manodopera. Il committente, inoltre, ha alimentato il sistema illegale con il pagamento in contanti e senza tracciabilità delle prestazioni lavorative in nero così ottenute e dei compensi da riconoscere al caporale per i servizi resi.

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